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Ishigaki e le isole Yaeyama: l’estremo sud del Giappone

Ishigaki e le isole Yaeyama: l’estremo sud del Giappone

Se già mi seguite su Instagram, sapete che sono appena tornato da un viaggio a dir poco eccezionale a Ishigaki e altre isole dell’arcipelago delle Yaeyama! Sono un amante del mare, delle isole in particolare, e considerando il fatto che il Giappone è un arcipelago di migliaia di isole, e che attualmente non si può andare all’estero, ho optato (felicemente) per un viaggio estivo agli estremi tropicali del Giappone. Ne ho parlato in lungo e in largo sul mio profilo (tutto salvato nelle storie in evidenza!), documentando giorno per giorno i miei spostamenti, ma vorrei assolutamente parlarvene anche qui per tenere tutte le info insieme e consultabili a colpo d’occhio. Partiamo alla scoperta di questo meraviglioso arcipelago!

L’arcipelago delle Yaeyama

L’arcipelago delle isole Yaeyama si trova a sud, ma tanto a sud. Si fa molto prima ad andare a Taiwan che a Tokyo da lì. Le isole Yaeyama detengono due primati nella geografia giapponese: 1) il punto più a sud (isola di Hateruma), e 2) il punto più a ovest (isola di Yonaguni) di tutto il territorio nazionale. L’arcipelago delle Yaeyama appartiene alla prefettura di Okinawa, ed è composto da 32 tra atolli e isole di varie dimensioni, di cui solo 12 sono abitate e il resto è praticamente oasi, patrimonio nazionale e paradisi naturali incontrastati (non che le isole abitate siano da meno!).

Sono stato nell’arcipelago delle Yaeyama per un totale di 6 giorni. Un periodo troppo breve per visitare ogni singola isola e scoprire tutto quello che avrei voluto sapere su storia, cultura e paesaggi di questi paradisi tropicali. Ma per un primo assaggio, sono assolutamente soddisfatto dell’itinerario che ho costruito e ve lo racconto qui.

Giorno 1 – Arrivo a Ishigaki

Arrivo all’aeroporto di Ishigaki con un volo diretto da Tokyo (all’incirca 2h:30 di viaggio). Ho volato Peach, una low cost che ha voli diretti da Tokyo e Osaka, per un totale di 30,000¥ (circa 220€) a/r comprensivo di bagaglio da stiva che ho acquistato a parte. Ci volano chiaramente anche JAL e ANA ma personalmente trovo eccessivo pagare i loro prezzi-gioielleria per un volo di neanche tre ore. Up to you!

Ishigaki è l’isola principale dell’arcipelago delle Yaeyama, nonché punto di riferimento politico e culturale della regione, ma non la più grande per dimensione (Iriomote la frega, seppur di poco). Ho deciso di fare base a Ishigaki per il mio viaggio perché è oggettivamente l’isola più fornita dal punto di vista dei servizi. Qui dipende un po’ dalle vostre preferenze. Si può anche soggiornare sulle isole minori, il che è sicuramente molto romantico, ma bisogna tenere presente l’aspetto “sconvenienza”. Già Ishigaki è un luogo remoto (letteralemte!) agli antipodi del Giappone, figuriamoci le isolette ancora più inabissate: niente konbini, niente lampioni la sera (bello per le stelle però), niente bar, niente. Nel mio caso, sono contentissimo di aver scelto Ishigaki perché mi ha permesso di avere una discreta interazione con la popolazione locale, in quanto esistono quantomeno luoghi di ritrovo. Sono stato in un bar in particolare, di cui vorrei parlarvi, ma lo farò in un’altra sede perché quella è un’esperienza totalmente a sé e merita attenzione. Stay tuned!

Scorci della cittadina di Ishigaki. A destra una delle vie principali del piccolo centro dove si riuniscono bar e izakaya.

Il soggiorno alla Guest House Ashibina

Dunque, a Ishigaki ho scelto di pernottare vicino il porto perché sapevo che il traghetto sarebbe stato il mio miglior amico per i giorni a venire. Io sono stato alla Guest House Ashibina e ho ADORATO. La struttura in sé è semplicemente deliziosa, ma ancora più adorabili sono le persone che la gestiscono: una famiglia di quattro persone, Tomomasa e Megumi, con due bambine piccole, Iroha e Natsume. Stupende! E soprattutto vince per l’ottima posizione: 10 minuti a piedi dal porto, e altrettanti dal piccolo centro con izakaya, ristorantini, il mercato coperto, musei, qualche baretto, noleggio macchine, ecc… Accogliente, famigliare, confortevole e pulitissima. Prezzo di una notte in camera singola 5,000¥/ notte (circa 38€) e dai 2,500¥/ notte (circa 19€) per il dormitorio (mix o solo femminile). I proprietari parlano un po’ inglese! In questo video racconto la mia esperienza alla guest house Ashibina! Se vi va dategli un’occhiata.

Io ho prenotato su Airbnb, ma vedo che anche Booking.com ha ottimi prezzi per Ashibina e comunque applica la policy della cancellazione gratutita, quindi forse è più conveniente.

Il primo giorno mi è servito per famigliarizzare con i dintorni, fare un bel po’ di foto e… bruciarmi vivo mentre camminavo. Note to self: occhio al sole dei tropici… crema sempre e comunque. Lo sapevo, ma non imparo mai.

Giorno 2 – Taketomi

Non perdo tempo. Mi alzo e vado al porto. Ci sono un sacco di traghetti, non ho avuto problemi in questo. Assicuratevi solo di controllare l’orario dell’ultimo traghetto in partenza dall’isola in cui vi trovate per tornare a Ishigaki, e poi siete a cavallo! Insomma, ho preso il traghetto per l’isola di Taketomi. Mi ispirava per il suo aspetto intatto, l’atmosfera molto Ryukyu (l’antico regno insulare che corrisponde grossomodo alla odierna prefettura di Okinawa), le spiagge pazzesche… e la distanza: solo 10 minuti di traghetto da Ishigaki! Biglietto a/r adulto: 1,160¥ (circa 10€). A questo proposito, sappiate che esistono anche degli abbonamenti per i traghetti che partono da 6,800¥/3gg, ma attenzione che non tutti gli abbonamenti includono tutte le isole!

Sinistra: Kondoi Beach, isola di Taketomi. A destra: scorcio di un’abitazione locale a Taketomi.

Attenzione: quando al porto di Ishigaki si acquistano i biglietti del traghetto per Taketomi vi verrà chiesto se volete acquistare insieme anche il biglietto per salire sul carro trainato dai bufali, tradizionale mezzo di trasporto dell’isola. Se ne occupa la cooperativa per il turismo locale “Nitta” e volendo potete prenotare direttamente al porto di Ishigaki o anche direttamente a Taketomi. La gita sul carretto da sola costa 1,700¥ (circa 14€). Se prenotate insieme al biglietto del traghetto (acquistando il pacchetto al porto) è effettivamente un pelino conveniente economicamente, ma il giro con il carretto va effettuato necessariamente appena approdati sull’isola.

Detto ciò, occhio all’ora: se avete intenzione di svaccarvi in spiaggia (come me) e godervi il mare, controllate gli orari di alta e bassa marea. In base alle maree, le acque si ritirano al punto tale da costringerti a camminare davvero dei chilometri prima di riuscire a bagnarti le ginocchia! Questa informazione potrebbe influire sulle vostre scelte…

L’isola di Taketomi è un gioiello

Taketomi è semplicemente un gioiello. Bella, intatta, colorata, fiera. Piccolina, si gira in bicicletta senza troppa fatica. Appena arrivi al porto le varie compagnie di noleggio sono lì che ti propongono il loro pacchetto (sono tutti uguali da quello che ho capito, non si fanno concorrenza…), quindi ti caricano sul furgoncino e poi ti portano al loro garage. Dopo il briefing ti danno la bici e sei libero di scorrazzare! Si paga a seconda del tempo di noleggio. Ho pagato 2,000¥ (circa 16€) per tutta la giornata. Taketomi è abbastanza pianeggiante, quindi una normale bicicletta andrà benissimo.

Passeggiando per Taketomi: shiisaa, fiori e muretti di pietra.

Taketomi è un incantevole esempio di isola Ryukyu, l’antico regno che comprendeva tutte le isole tropicali che poi fu gradualmente annesso al Giappone con un lento (e doloroso) processo di occupazione e conquista a partire dal periodo Edo. L’architettura lo rivela, con i tradizionali muretti in pietra (ishigaki appunto) a fare da protagonisti ovunque, i leoni canini shiisaa, divinità protettrici di origine cinese collocati sui tetti o all’ingresso delle case a difesa dagli spiriti maligni, i tetti spioventi in tegole, le strade sabbiose e spesso impantanate (occhio con la bici!), il carretto con i bufali. Una cosa che mi ha colpito molto girovagando per l’isola sono le tombe. La struttura delle tombe poi è molto particolare: enormi, in pietra e in bella vista. Ogni tomba assomiglia più a un mausoleo che a una semplice tomba per via della dimensione imponente, che a quanto pare è sinonimo dell’influenza del defunto in società. Ho scoperto che un determinato periodo dell’anno (probabilmente aprile, ma la mia fonte tentennava) i famigliari del defunto si riuniscono intorno alla tomba del proprio caro e ne celebrano la memoria consumando un pasto seduti sul muretto di cinta. L’ho trovato molto bello. E poi ancora mille fiori colorati ovunque, natura incontrastata e spiagge cristalline… ecco, magari occhio ai corvi maledetti, vi dico solo che mi hanno rubato una canottiera mentre facevo il bagno.

Giorno 3 – Kohama & il rendez-vous tra i fondali oceanici

Giornata intensa. Avevo guardato il meteo e dava particolarmente bello, quindi non ho esitato e sono uscito di nuovo all’arrembaggio. Sono arrivato al porto e ho lanciato uno sguardo agli orari dei traghetti. Chi è in partenza? Tu? Bene, arrivo. Dov’è che si va? Ah, Kohama. Perfetto! Aspe’ che guardo dove sta magari… Ah ci piace. Vicino, una decina di minuti ed ero lì. Biglietto a/r adulto: 2,060¥ (circa 16€).

L’isola di Kohama nasconde un paradiso terrestre

L’isola di Kohama è stata un’altra grande sorpresa. Avevo visto che non c’era granché da vedere in termini “culturali”, è un’isola più che altro di bellezze naturali. Piccolina, si gira in bici, quindi ho deciso di noleggiarne una (attenzione: non fate come me! A Kohama optate per la bicicletta a motore, altrimenti tra discese e salite suderete anche le cellule celebrali) e sono partito all’avventura in direzione della spiaggia consigliatami dal proprietario del noleggio. Mi fa: “Devi andare qui. Se non sei soddisfatto, vienimelo a raccontare quando torni dopo”. Disse il tizio, testuali parole. Un po’ gangster, ma ho apprezzato la self-confidence. Okay, fammi vedere di cosa sei capace. Ragazzi, aveva ragione lui. Praticamente si scende giù per un sentiero avvolto nei rovi e nei cespugli che manco la tana del Bianconiglio e… ta-daaan! Ci si ritrova al cospetto con l’immagine che io ho del paradiso. No, parole umane non possono descrivere quella baia.

Distese verdi e piantagioni sull’isola di Kohama. A destra, la caletta paradisiaca raggungibile attraverso il tunnel di cespugli.

P.S. La bici mi è costata suppergiù 1,000¥ per un paio d’ora (circa 8€). Ripeto: vi prego, noleggiate quella elettrica (che costa un pelo di più ma ci guadagnate in salute)!

Snorkeling con le tartarughe marine e i pesci tropicali

La mattina è volata via, e io mi sono dovuto incamminare nuovamente al porto per rientrare a Ishigaki. Il giorno prima, infatti, vedendo il cielo sereno al meteo, mi ero prenotato su Airbnb una mezza giornata di snorkeling insieme a Shiro-san e alle tartarughe marine! Shiro-san, la mia guida, è fantastico: oltre a essere un super esperto conoscitore della zona e amico delle tartarughe (solo tanto amore), è simpatico, divertente, paziente (vi fa milioni di foto e video sott’acqua, in tutte le salse) e parla un po’ inglese. Il tour con Shiro-san è iniziato verso le 13:30 e terminato per le 17:00 circa. In queste 3h:30 Shiro-san mi ha portato a guardare la barriera corallina, in mare aperto a nuotare con le tartarughe, giocare con pesci di ogni forma, colore e fantasia.

Nuotare con le creature del mare a Ishigaki. Grazie Shiro-san!

Poi siamo tornati a riva, ci siamo asciugati al volo e via su per una montagnetta per ammirare un panorama semplicemente mozzafiato! Non sono un grande scalatore, ma si tratta di una passeggiata di circa 10 minuti, a tratti un po’ impervia ma neanche troppo, e merita assolutamente. Questa esperienza, che dura un po’ meno di 4 ore, è costata 5,000¥ (circa 40€) tutto incluso: attrezzatura, guida, foto e video… Praticamente regalata, considerando la qualità dell’esperienza. Guardate qua! Insomma, una giornata da ricordare.

A sinistra io che faccio lo scemo con Shiro-san (a sua insaputa). A destra, il panorama dall’altura.

…Se invece possedete il brevetto da sub: Iriomote!

P.S. Io non ho il brevetto da sub, ma per le immersioni mi dicono che una delle isole più spettacolari è sicuramente Iriomote, che nella fattispecie è anche la più estesa dell’arcipelago (un pelino più grande di Ishigaki). Quasi il 90% della superficie dell’isola è ricoperta di vegetazione quindi è una sorta di isola-parco nazionale perfetta per: trekking, escursione in canoa tra le mangrovie e appunto immersioni subacquee. Non ci sono stato in questa occasione, ma la visiterò sicuramente la prossima volta!

Giorno 4 – Yonehara e Sunset Beach: due meraviglie di spiagge a Ishigaki

Mi raggiunge la mia amica Francesca e prendiamo la macchina per fare un giretto finalmente anche sull’isola di Ishigaki. Prenotata lì per lì, per 24h: 6,500¥ (circa 52€), ma sono convinto che sia possibile risparmiare con una programmazione anticipata (anche Edreams offre delle opzioni valide, mi dicono). Girare l’isola senza macchina è impensabile per via della grandezza e del fatto che il servizio di autobus che c’è sull’isola non è capillare a livelli soddisfacenti. Siamo andati prima alla spiaggia di Yonehara, consigliataci dalla nostra Guest House.

Yonehara Beach, isola di Ishigaki

Poi, dopo una bella giornata tra pesci blu metalizzato vicino la riva, scogli corallosi (occhio a non sgraffignarvi, io mi sono scartavetrato il piede) fondali vergini, ci siamo rimessi in moto per goderci il tramonto a… Sunset Beach (e dove, se no!). Ecco, ho capito perché la chiamano Sunset Beach. Lascio a voi ogni commento. Il caldo, la salsedine, il bagno al tramonto, il mare… il mare e ancora il mare. Io sono in love.

Sunset Beach, isola di Ishigaki

Giorno 5 – Hateruma, ovvero l’estremo sud del Giappone

Altra giornata meravigliosa di sole e d’azzurro. Che si fa? Porto, per forza! Stavolta sapevo dove andare. Decidiamo di tentare una traversata più importante, e compriamo il biglietto per l’isola di Hateruma. Un viaggetto di 60-90 minuti (a seconda del traghetto e della condizione del mare) alla volta di Hateruma: l’isola più a sud del Giappone! Biglietto a/r da Ishigaki per un adulto: 6,000¥ (circa 48€). Appena arrivati ci fiondiamo a noleggiare una macchina perché avevamo voglia di stare comodi e tranquilli. La macchina qui l’ho pagata circa 3,000¥ (circa 24€). Le distanze sono piuttosto ravvicinate. In realtà se si vuole andare solamente a Nishi Hama, la spiaggia (da sogno) che c’è vicino il porto, quella è raggiungibile anche a piedi. Noi però volevamo andare a visitare anche l’osservatorio con il monumento che dice “punto più a sud del Giappone”… quindi macchina.

“Hateruna blue”, un colore che non si spiega

Una cosa per volta. Il mare? No, vabbè. Una chilometrata di spiaggia bianchissima, mare blu di mille sfumature diverse che ti arriva alle caviglie che manco la tipa dei solari Bilboa (questa la capiscono in pochi mi sa). A proposito del colore del mare qui, c’è una parola in giapponese che indica proprio quel colore. Si dice “blu Hateruma” (波照間ブルー). Ci sarà un perché! Non ho parole per descriverne la bellezza.

Nishi Hama Beach, Isola di Hateruma

L’osservatorio della punta sud e “le colonne d’Ercole” giapponesi

L’osservatorio è a pagamento (500¥, circa 3€), ma a prescindere non so se ne valesse la pena. Non è che si salga poi tanto, saranno tre o quattro rampe di scale. A questo punto è molto meglio fare una passeggiata alla roccia monumento che indica il punto sud e osservare l’orizzonte infinito da lì. Noi, per non saper né leggere né scrivere, abbiamo fatto entrambe le cose!

L’estrema punta sud del Giappone, isola di Hateruma

Giorno 6 – Taketomi bis

Taketomi bis. Sì, perché era l’ultimo giorno e avevo voglia di riempirmi ulteriormente gli occhi e il cuore della bellezza delle viuzze, delle casette e del mare di Taketomi. La prima volta non avevo provato l’ebrezza di scorrazzare a bordo del carretto trainato dal bufalo, perché appunto sapevo che la marea sarebbe stata tiranna e non volevo rinunciare a una bella mattinata in spiaggia.

Going local: Il carro trainato dai bufali

Ho letto diverse reviews sull’esperienza su Tripadvisor, alcune meno entusiaste di altre, ma nel complesso è un’attività interessante. Effettivamente si tratta di un’attrazione turistica, oggigiorno, e la guida parla solo giapponese (non ho sentito di guide in inglese). Comprendo che il discorso animalista potrebbe influire sulla decisione. Mi sono posto anche io il problema, ma il mio ragionamento è stato che, nel bene o nel male, questo aiuta a sostenere l’economia locale. Inoltre i bufali sono tenuti con grandissima cura, gli isolani sono consapevoli del loro valore e del loro pregio.

Muretti in pietra e fiori a Taketomi. A destra: il caro bufalo che ci ha sopportati in giro per l’isola.

Insomma, gita per l’isola con la nostra guida (un simpatico vecchietto nativo di Taketomi) tra canti ed esibizioni allo shamisen. Fun fact: il signore parlava super veloce e con un accento talmente stretto che onestamente ho fatto moltissima fatica a stargli dietro e purtroppo mi sono perso parecchio della sua spiegazione. C’erano altri stranieri a bordo, ma loro non parlavano comunque giapponese e io ero un po’ incaricato di tradurre per loro ma stavo avendo delle difficoltà. Per un po’ ho cercato di resistere stoicamente, strizzando gli occhi e le orecchie che manco un cencio sullo stendipanni, poi mi sono arreso. Alzo la mano, mi scuso per l’interruzione e dico: “mi dispiace, potrebbe ripetere? Non ho afferrato il concetto”. Tempo tre millesimi di secondo e parte la ola dei giapponesi sul carretto: “Eh, ma infatti! Cos’è che ha detto? Mica ho capito!”… io a metà tra il divertito e il perplesso, sento un gocciolone di sudore attraversarmi la fronte. Nessuno aveva capito una beneamata mazza. Ci voleva il gaijin a rompere il ghiaccio… suppongo serviamo anche a questo. Ad ogni modo, la scena è stata esilarante, e alla fine, consultandoci tutti insieme, abbiamo compreso quello che il signore ci stava raccontando.

Torniamo a Ishigaki con l’ultimo traghetto (story of my life, io sempre a rincorrere “ultimi qualcosa”… treni, traghetti, aerei…) e stavolta senza subire furti da pennuti impertinenti e sprovveduti.

Il cuore traboccante di bellezza

Sono stati sei giorni pregni di bellezza. Per un po’ avrò il cuore in pace, ma sento che presto avrò bisogno di tornare nel meraviglioso arcipelago delle isole Yaeyama per rinfrescare questa sensazione.

Ci sono molti altri spot ben valutati e consigliati sul web, ma per ragioni di tempo non sono riuscito a incastrare tutto. Mi sarebbe piaciuto fare un salto a Kabira Bay ad esempio, o alle grotte di stalattiti. Per queste e altre esperienze, vi linko l’articolo di WarmCheapTrips che ne ha parlato in maniera molto esaustiva nel suo blog! Andate a dargli un’occhiata!

Un viaggio da sogno su misura per te!

Amanti delle immersioni, delle tartarughe marine e dei pesci pagliaccio. Alla ricerca di una vacanza più culturale, o magari solamente di un po’ di meritato relax in spiaggia. Mare sì, ma anche trekking in montagna o gita in canoa nella foresta di mangrovie. Alle Yaeyama ce n’è per tutti i gusti!

Se state valutando una tappa tropicale nel vostro prossimo viaggio in Giappone, Ishigaki e le isole Yaeyama sono una scelta assolutamente azzeccata! E’ un Giappone sicuramente diverso dal mainstream e altrettanto interessante, consigliatissimo soprattutto per chi magari ha già “spuntato” i giri canonici tra Tokyo e Kyoto.

Potete contattarmi qui per info & consultazioni sul vostro itinerario di viaggio personalizzato in tutto il Giappone! Ricordo che è anche possibile “prenotare” il sottoscritto come guida e accompagnatore per tutta la durata (o anche solo una parte) dell’esperienza.

Mata ne!

DIRITTI DEI FIGLI IN GIAPPONE

DIRITTI DEI FIGLI IN GIAPPONE

In Giappone la concezione di “diritti dei figli”, in particolare nel contesto della separazione dei genitori, si distanzia parecchio rispetto a come lo intendiamo noi. L’imprescindibile diritto di entrambi i genitori di rimanere al fianco dei propri figli per il bene intrinseco del minore passa in secondo piano. In Giappone non è previsto l’affido condiviso di un minore, e se uno dei genitori lamenta una situazione di disagio (reale o fittizia che sia) è tecnicamente autorizzato a sparire nel nulla portandosi via i figli dal giorno alla notte.

Manifestazione tenutasi in Giappone da genitori (stranieri e non) tagliati fuori dalla vita dei figli.

Oggi vi racconto una realtà meno entusiasmante di questo Paese che riguarda i diritti dell’infanzia. Chi mi segue lo sa, a me non piace diffondere un’idea stereotipata delle cose. Il Giappone, come tutti gli altri Paesi, nasconde anche lati oscuri e poco ammirevoli. Oggi vi parlo di cittadini giapponesi che sottraggono legalmente minori.

Scissione del nucleo famigliare

Stando alla legge giapponese, il divorzio dei genitori corrisponde tradizionalmente alla scissione del nucleo famigliare. La struttura della società giapponese, inoltre, non valorizza il ruolo del padre come figura particolarmente rilevante nella crescita e nell’educazione dei figli. In un Paese in cui l’affido condiviso non gode di buona reputazione nell’intento di preservare la coerenza di una vita unitaria dei bambini e “proteggerli” dallo stress, questo retaggio culturale finisce per ledere i minori stessi e il loro “diritto” di crescere a contatto di entrambi i genitori. Nell’80% dei casi questo si traduce per i minori nella totale privazione di uno dei genitore e, salvo rarissime eccezioni, quello sacrificabile è il padre. Figuriamoci se poi è straniero.

«Un’usanza inaccettabile, visto che il Giappone ha firmato degli accordi internazionali che lo obbligano a recepire le norme internazionali in materia di diritti del minore» Tommaso Perina

La storia di Tommaso

Tommaso Perina, un mio ex collega e amico, fa parte di questo 80% di genitori allontanati forzatamente da un giorno all’altro dai propri figli. Marcello e Sofia (attualmente 7 e 5 anni) sono stati portati via improvvisamente dalla madre giapponese nel 2016 e condotti nella città di Sendai, a sei ore di macchina da Tokyo. Un giorno che non si dimentica facilmente per un genitore. Dal 2016 Tommaso ha incontrati i propri figli tre volte, per un totale di sei ore complessive. L’ultima volta che Tommaso li ha visti è stato nell’agosto 2017, per un paio d’ore, in una saletta sorvegliata dall’avvocato della moglie. Non ha potuto scattare foto con loro, né portargli dei regali. Da allora Tommaso non è stato più in grado di vedere i figli e non sa più niente di loro. Se Tommaso prova ad avvicinarsi a loro, rischia di essere arrestato.

Tommaso di spalle in compagnia dei figli nell’aula di tribunale sorvegliata

I minori sono vittime di un sistema che non riesce a scindere in maniera efficace i casi di violenza domestica dai divorzi. Reale o no, alla base di quasi tutti questi casi di separazione c’è un’accusa di violenza domestica che poi spesso risulta ingiustificata. Tuttavia, prima di fare chiarezza sulla verità trascorrono anni e in questo periodo il genitore allontanato perde ogni contatto con i propri figli rischiando di diventare, nella migliore delle ipotesi, un estraneo per loro.

Sottrazione “legale” di minori

La sottrazione di minore è una gravissima violazione dei diritti umani. Il Giappone, in quanto Paese aderente alla convenzione dei diritti del fanciullo dal 1994 nonché membro del G7 e di una lunga lista di convenzioni e accordi internazionali, è tenuto a osservarne i contenuti. Secondo l’associazione giapponese Kizuna per i diritti dei minori, sarebbero 150 mila i minori che ogni anno vengono sottratti dal padre o dalla madre. Tra questi ci sono anche 15 genitori italiani, e Tommaso è uno di loro.

“Il numero di casi di sottrazione di minori in cui un genitore è cittadino europeo e l’altro giapponese è in crescita ed è allarmante”.

Parlamento Europeo

Da quattro anni a questa parte, Tommaso e tutti gli altri padri stranieri in Giappone allontanati forzatamente dai propri figli, hanno iniziato un movimento di denuncia bussando alla porta di ambasciate, governi, istituzioni competenti. L’azione di Tommaso e degli altri genitori privati dei figli, ha prodotto risultati di sostanziale risonanza. Tra le numerose iniziative intraprese per far valere i diritti dei figli, Tommaso ha contattato il presidente del Consiglio italiano Conte, il quale ha inviato una lettera di sollecito al presidente Shinzo Abe perché rispetti gli impegni presi internazionalmente. La lobby dei genitori stranieri è anche approdata al Parlamento Europeo, esortando l’organo legislativo a intervenire formalmente per fare giustizia.

Frenchman Vincent Fichot and Italian Tommaso Perina, who both became estranged from their children after their Japanese wives took them without consent presenting a petition to the European Parliament to demand action
(Source: Brussels, Belgium February 19, 2020. REUTERS/Yves Herman/File Photo)

Tommaso e gli altri genitori in Giappone a cui sono stati sottrati i figli dalla controparte hanno fondato una NGO per la protezione dei diritti dei figli minori e per alzare le proprie voci nei confronti di questo sistema inumano. Qui il link alla NGO e alla raccolta fondi che hanno avviato per portare avanti la loro battaglia.

JAPAN CHILDREN RIGHTS

GO FUND ME!

Articoli e video di approfondimento…

Vi lascio qui alcuni link per approfondire. Basta una brevissima ricerca su un qualsiasi motore di ricerca per trovare decine e decine articoli, giornali e rubriche dedicati alla questione, purtroppo.

Stampa italiana:

Stampa estera:

TRENT’ANNI DI BARAZOKU

TRENT’ANNI DI BARAZOKU

Il ruolo della rivista Barazoku nella formazione di una comunità LGBT in Giappone

Barazoku è la prima rivista del Giappone rivolta esclusivamente a un pubblico omosessuale. Viene fondata agli inizi degli anni ’70 da Itō Bungaku, un uomo (eterosessuale) con un incredibile sensibilità. Era un periodo particolarmente intenso a livello mondiale per la comunità LGBT, che da Stonewall in poi iniziò a reagire ai soprusi e alle violenze alzando la voce. La storia della comunità omosessuale giapponese si inserisce in questo contesto, ma in un Paese in cui la contestazione feroce e violenta non è mai contemplata in nessun ambito, la storia è stata diversa.

TRENT’ANNI DI BARAZOKU è il titolo del libro che ho scritto per raccontare ai lettori in Italia le dinamiche peculiari che hanno portato alla nascita della moderna gay community giapponese. Attualmente questo è l’unico libro in lingua italiana disponibile sull’argomento.

In primo piano il numero inaugurale di Barazoku (Settembre 1971).

La storia della formazione di una gay community giapponese è un’avventura che si è sviluppata sotto la superficiale dell’acqua. All’oscuro degli occhi della gente, e al tempo stesso lì, sugli scaffali delle librerie, compariva Barazoku. Non una semplice rivista, bensì la prima, quella che ha innescato il meccanismo che avrebbe portato nel corso del trentennio di pubblicazione alla nascita e all’affermazione di una gay community in senso moderno.

La rivista come prima piattaforma di interazione

Prima dell’avvento di Barazoku, al di là dei cinema a luci rosse, i parchi, i bagni pubblici e pochi altri escamotage più o meno leciti per incontrare altri omosessuali, in Giappone non erano molti i luoghi di incontro e socializzazione. La messa al bando del business della prostituzione nel 1957, ha favorito la prolificazione dei bar a tematica gay nel quartiere di Shinjuku Nichome, a Tokyo. Nell’arco di dieci anni, fino alla fine degli anni ’60, Nichome era diventata una roccaforte dell’intrattenimento per omosessuali. Tuttavia, questo non necessariamente corrispondeva alla creazione di ambienti di interazione, e soprattutto tagliava fuori tutti quelli che non abitavano nella metropoli.

Barazoku, per la prima volta, fornì alla disconnessa comunità omosessuale giapponese la possibilità di incontrarsi su una piattaforma inizialmente virtuale. Era “solo” una rivista ma la “Rubrica dei lettori” permise un fitto scambio di opinioni, sensazioni, gioie, dilemmi, emozioni. Un luogo, seppur astratto, in cui condividere esperienze e sviluppare un linguaggio comune, un sentire proprio a un gruppo definito. Barazoku ha dato il via alla formazione di una identità di genere omosessuale in Giappone, prima tramite le pagine della rivista, poi organizzando il primo incontro fisico, nel 1974, tra i lettori della rivista. Non una semplice festa, bensì il primo evento che ha riunito nella stessa stanza più di cento omosessuali giapponesi.

La “Rubrica dei Lettori” era l’angolo dedicato alle lettere con cui i lettori potevano entrare in contatto gli uni con gli altri.

Il ruolo sociale della rivista

In un’epoca in cui le comunicazioni scorrevano a velocità ben più analogica, Barazoku ricoprì un ruolo fondamentale nell’informare e nel tenere insieme la comunità omosessuale giapponese. La notizia relativa alla scoperta del virus dell’HIV, che sconvolse il mondo intero, fu gestita in maniera a dir poco grottesca in Giappone. Il Governo mise in atto un’opera di insabbiamento della verità per camuffare i risvolti tragici di un proprio errore imperdonabile e far così tornare i conti a proprio vantaggio. Ma in tutte le catastrofi c’è bisogno di un capro espiatorio. Vi lascio immaginare com’è andata la storia.

Il libro di Barazoku

・Come erano concepite tradizionalmente le relazioni omosessuali nel Giappone?
Da dove origina la comunità LGBT giapponese?
・In che contesto è nata Barazoku? Chi l’ha fondata?
・Che tipo di supporto ha offerto la rivista e come ha contribuito alla formazione di una gay community?

TRENT’ANNI DI BARAZOKU” è il primo (e unico) libro in lingua italiana sulla formazione di una comunità omosessuale in Giappone. vi svelerà tutti i retroscena, le dinamiche, la fortuna e gli scandali di questa avventura. Un saggio storico di ambito socio-culturale ricco di immagini, testimonianze ed estratti (sia in giapponese che in italiano) dei contenuti della rivista. Contiene un’esclusiva intervista a Itō Bungaku, fondatore di Barazoku con cui ho tuttora il piacere di trascorrere piacevolissimi pomeriggi davanti a una tazza di tè.

“TRENT’ANNI DI BARAZOKU”, disponibile su Amazon sia in versione cartacea che Kindle.

Spero di avervi invogliato a scoprirne di più. Chi mi segue già su Instagram lo sa che parlo spesso di cultura LGBT giapponese. Questo testo ne racchiude l’essenza e le radici.

Buona lettura… e se vi andrà attendo le vostre recensioni!

MATRIMONI LGBT… MA NON TROPPO

MATRIMONI LGBT… MA NON TROPPO

L’importanza del matrimonio nella società giapponese

Come molte altre culture nel mondo, il Giappone riserva un ruolo assai importante alla continuazione della linea genealogica di derivazione maschile. Seppur con le dovute eccezioni e considerando i massicci mutamenti a cui la struttura tradizionale della società e della famiglia giapponese è andata incontro dal dopoguerra in poi, tutt’oggi gli studiosi di sociologia concordano nel riconoscere grande importanza al concetto di “primogenito maschio” e “continuità lineare della famiglia”. In questo contesto culturale l’importanza del matrimonio gioca un ruolo fondamentale e, inevitabilmente, rappresenta per gli omosessuali giapponesi un ostacolo arduo da superare o aggirare. Una dinamica a cui soccombere in mancanza di altre opzioni al di fuori del coming out pubblico o di altre soluzioni ben più drastiche quali anche il suicidio. Da qui l’esigenza di torvare una scappatoia, nei matrimoni di facciata.

Attualmente il Giappone si sta aprendo a stili di vita più diversificati, e la singletudine, così come l’omosessualità, stanno diventando scelte sempre più comuni e accettate anche a livello sociale. Tuttavia, fino a tempi recentissimi, una buona fetta della popolazione omosessuale avrebbe abbracciato l’alternativa dei matrimoni di facciata pur di seguire alla lettera il copione. Cedere alle obbligazioni sociali e optare per i matrimoni etero-normativo di facciata equivale a sofferenza. D’altronde, non sposarsi affatto equivarrebbe a infrangere una serie di responsabilità sociali nei confronti dei propri genitori e della società in senso ampio, che con ogni probabilità avrebbero potuto condurre all’isolamento dell’individuo in società. In alcune aree del Paese, questa scelta è ancora praticata a tutt’oggi.

Attivismo LGBT in Giappone per l'uguaglianza dei diritti
Attivismo LGBT in Giappone per l’uguaglianza dei diritti

Una fitta rete di norme sociali uniformanti

La società giapponese non è particolarmente nota per gli atti di violenza fisica. Se di “violenza” si può parlare, non è da intendersi nella forma di un’aggressione fisica bensì in una più sottile forma psicologica. La società in Giappone impone agli individui rigidi schemi comportamentali costituiti da doveri e obblighi nei confronti dell’Altro. Queste obbligazioni si intrecciano vicendevolmente in una rete fitta di relazioni particolarmente vincolate e vincolanti, e chi non fosse in grado di rispondere alle aspettative potrebbe pagarne lo scotto con l’esclusione dalla vita sociale attiva. Al fine di mantenere l’armonia della società, lo status quo all’interno del Paese, l’atteggiamento nei confronti dell’omosessualità fino all’inizio degli anni ’80 circa è stato caratterizzato dalla pressocché totale indiffferenza. Una sorta di negazione della sua presenza, che rimaneva ad ogni modo in sordina anche per interesse degli omosessuali stessi.

Per evitare confronti aperti e attriti sul piano dell’ordine pubblico la società sceglie una strategia in base alla quale non sussistono incongruenze. Lo stile di vita “corretto” rimane tale, e altri eventuali stili di vita considerati meno legittimi e “goliardici” devono essere gestiti diversamente. Ci si deve assicurare che l’eventuale incongruenza, il “problema”, rimanga relegato all’interno degli appositi confini ad esso preposti. Questi confini, sia fisici che astratti, sono rappresentati dai quarteri dell’intrattenimento gay come il quartiere di Nichōme a Shinjuku,o dall’immagine sostanzialmente stereotipata dell’omosessualità diffusa dai mezzi di comunicazione.

L’omosessualità negli anni ’70 e i matrimoni di facciata

La posizione predominante nel Giappone degli anni ’70 era quella di un “silenzio assenso” tra le autorità pubbliche, gli organi di censura e i dipartimenti interposti. Di comune accordo facevano del loro meglio per insabbiare la presenza pubblica dell’omosessualità, e addirittura la stessa comunità omosessuale preferiva di gran lunga una situazione di calma apparente in cui poter sfogare le proprie passioni in tranquillità relegandole a una dimensione rigorosamente privata senza dare in alcun modo nell’occhio.

Per tutte queste ragioni, erano e sono tutt’ora parecchi i casi di matrimoni di facciata volti a soddisfare l’immagine di superficie. Anche il desiderio di una famiglia con dei figli contribuì a incentivare questo meccanismo. In alcuni casi gli uomini gay, che si trattasse di un matrimonio combinato o meno, finivano per sposarsi con donne per lo più ignare delle preferenze di questi ultimi. Questa situazione ovviamente finiva per generare insoddisfazione e depressione tanto negli uomini che nelle malcapitate. Molti omosessuali ne erano consapevoli. Per risparmiare quelle donne innocenti da una vita di sofferenza e mediocrità, cercarono di ingegnarsi per trovare una scappatoia.

Matrimoni di facciata

Barazoku e la rubrica “L’angolo del matrimonio”

La soluzione arrivò grazie all’intervento di Barazoku, la prima rivista del Giappone rivolta esclusivamente a un pubblico omosessuale fondata nel 1971. Sin dai primi anni di vita di Barazoku iniziarono a pervenire presso la casa editrice richieste sia da parte di lettori gay sia di lettrici lesbiche, affinché si potesse entrare in contatto con una persona del sesso opposto. Inscenare matrimoni di facciata avrebbe permesso di adempiere al protocollo imposto dalla società senza tuttavia assumersi il peso di una relazione “reale” che implicasse rapporti sessuali indesiderati e una forzata affettività. In questo modo la Tribù delle Rose avrebbe potuto salvare le apparenze e al tempo stesso condurre una vita semi-libera evitando di coinvolgere individui innocenti. Fu così che nel 1981 si inaugurò sulle pagine di Barazoku il kekkon kōnā  結婚コーナー (L’angolo del matrimonio.

Alcuni degli annunci che si leggono nel kekkon kōnā del numero di aprile del 1981:

Da un po’ di tempo sono afflitto dalla questione del matrimonio. Se qualcuno mi comprende, se qualche ragazza è in difficoltà per lo stesso problema o se avete un’amica del genere, per favore scrivetemi. Che ne dici di impegnarci e costruire, noi due, una famiglia solare in cui si possa parlare liberamente di qualsiasi argomento? 174 x 67, sono un libero professionista di 32 anni, solare e dotato di senso dell’umorismo.

Ōsaka, Moriguchi – Matrimonio
La rubrica "L'angolo del matrimonio" nella rivista Barazoku
La rubrica “L’angolo del matrimonio” nella rivista Barazoku

Il Pride Month sta per giungere al termine, ma continuate a seguirmi per tanti altri spaccati di cultura LGBT in Giappone. Inoltre vi annuncio che alla fine di giugno, con la conclusione di questo mini progetto, ci sarà una sorpresa per voi (spero gradita!).

A presto!

L’AMORE NON CONOSCE BARRIERE (?)

L’AMORE NON CONOSCE BARRIERE (?)

Questione di comunicazione: i giapponesi e l’amore

Ogni persona è diversa, e ogni relazione è a sé. Detto ciò, alla luce delle esperienze accumulate in quasi dieci anni in Giappone, ho deciso di parlare un po’ del binomio giapponesi e amore e di alcune situazioni chiave per la comunicazione amorosa. Le riflessioni che seguiranno sui giapponesi e l’amore sono tratte dalla mia esperienza diretta, convalidata in parte anche da situazioni in comune con alcuni cari amici connazionali, nel campo delle relazioni sentimentali interculturali tra italiani e giapponesi.

L’amore in Giappone: comunicare non vuol dire parlare

Sono stato insieme a un ragazzo giapponese per quasi cinque anni, e non nascondo che questa è stata anche una delle ragioni principali per cui illo tempore decisi di trasferirmi. Poi le cose sono andate diversamente ma siamo comunque molto legati e io sto ancora qui. Tutto a posto. Tra l’altro, se volete farvi due risate con una carrellata di storie sul tema “fidanzati giapponesi”, vi lascio qui una bella intervista doppia in cui io e il mio amico Giordano raccontiamo un po’ com’è la vita quotidiana insieme a un partner giapponese (ex, nel mio caso). Disclaimer: a prescindere dalla mia esperienza personale, in questo articolo non parlerò di situazioni specifiche alla comunità LGBT bensì di comportamenti culturali che sono facilmente riscontrabili in qualsiasi contesto in cui ci siano giapponesi e una storia d’amore.

La consistenza corporea dell’aria

Una questione piuttosto urgente, da comprendere il prima possibile per interagire in maniera costruttiva con i giapponesi su tutti i livelli, è quella relativa al “leggere tra le righe”. I giapponesi sono appassionati di lettura: leggono in treno, in palestra, al konbini, per strada, ovunque. Ma i libri non sono l’unica cosa che amano leggere. Per sopravvivere in Giappone bisogna imparare a leggere l’aria (空気を読む).

Passeggiata in bicicletta nella periferia estrema del Giappone.
Io, come al solito, rischio la vita per fare il cretino. Lui era più saggio.

Questo di “leggere l’aria” è un concetto tipico della cultura giapponese, che è una cultura ad alto (altissimo) contesto. In Giappone le informazioni utili per una efficace comunicazione e una comprensione reciproca tra parlanti non vengono costantemente esplicitate, e in molti casi non se ne fa riferimento diretto. Bensì, ci si aspetta che il proprio interlocutore colga i segni para-verbali e collaterali allo scambio linguistico, muovendosi in maniera fluida navigando attraverso correnti invisibili all’interno della conversazione. È fondamentale quindi analizzare sempre il contesto, o meglio: leggere l’aria per l’appunto. L’aria, quella cosa invisibile ma perennemente presente senza la quale nulla esisterebbe. Il contesto è determinato dalla posizione sociale dei parlanti, le eventuali gerarchie, e così via, e ci guida per stabilire come rapportarci armoniosamente con gli altri, che si tratti di un gruppo o un singolo interlocutore.

Leggere l’aria, sempre. La raffinatezza del non detto

All’interno di una relazione, che è un microcosmo a sé, bisogna fare lo stesso. Nel mio caso, da bravo gaijin, questo ostacolo della comunicazione ha rappresentato forse la barriera culturale più consistente. Si dice che in una relazione la comunicazione sia tutto, ma “comunicare” non significa necessariamente parlare, prendere delle iniziative o fare qualcosa in maniera proattiva. In Giappone la comunicazione è sospesa nell’aria, ci si aspetta che l’altro capisca i nostri bisogni senza doverli elencare esplicitamente. I giapponesi, in amore, si aspettano che il nostro interlocutore comprenda le loro esigenze e i i loro desideri, senza doverli necessariamente mettere nella condizione di spiegare nero su bianco.

L’infantile aridità dell’esplicito

Le spiegazioni svelano tutto in maniera cruda, quasi brutale, e lasciano ben poco spazio all’abilità di comprendere. Spiegare all’altro il perché vorremmo che si comportasse in una determinata maniera equivarrebbe in parte anche ad ammettere di avere dei bisogni, delle esigenze. Sarebbe un po’ come se, parlandone all’altra persona, volessimo imporre loro i nostri desideri, facessimo i “capricci”. Fare una richiesta in questi termini a qualcun altro è un comportamento non contemplato dall’etichetta e dal sentire giapponesi. È un atteggiamento discutibile, giudicato decisamente infantile. È infantile fare delle richieste agli altri che possano recare anche il più minimo incomodo, ed è altrettanto fuori luogo pressare qualcuno perché verbalizzi esplicitamente i propri sentimenti, forzando la formulazione di una richiesta nei nostri confronti.

Comportarsi in questo modo, ossia non saper leggere l’aria, è un fatto molto grave in Giappone. Chi si comporta così è “bollato” come personaggio incomodo, difficile da avere intorno e da “gestire” perché minaccia l’armonia egli equilibri, e sicuramente infantile. Va da sé che comportamenti del genere sono tipici degli stranieri (occidentali), i quali, al contrario, si aspettano generalmente da qualsiasi rapporto estrema chiarezza verbale circa i pensieri dell’altro.

Mi ricordo cosa mi disse una volta il mio ex:

“Perché vuoi sapere sempre la ragione dei miei sentimenti? Ti dovrebbe bastare il fatto che quella cosa mi ha fatto stare male”.

(Ex di Loris)

È difficile per il nostro cervello occidentale accettare semplicemente lo stato delle cose. Con il senno di poi, oggi, capisco. È anche vero che adesso che ho imparato a leggere l’aria non penso mi ritroverei nelle stesse situazioni che in passato, ma all’epoca ero poco più di un gaijin che non sa dove iniziare per leggere l’aria.

Uno “scusa” tira l’altro…

Un’altra lezione che ho imparato, e che ugualmente mi ha aiutato tanto negli anni a seguire nell’approccio alla popolazione giapponese, è la modalità con cui scusarsi. Si tratta di un discorso molto complesso che mi piacerebbe affrontare nel dettaglio linguistico la prossima volta. In breve possiamo dire che la parola “scusa” non si limita a indicare l’ammissione di una colpa o di un errore. Non dice “scusa” solo chi ha sbagliato, in primo luogo perché nella maggior parte dei casi la verità sta sempre da qualche parte nel mezzo. Dopo una discussione ci si scambiano le scuse a vicenda, ma non si intende dire “è colpa mia”. Significa: ti chiedo scusa per averti fatto stare male. Anche qui, il mio cervello occidentale mi ha dato delle belle grane durante i primissimi anni in Giappone, anche nel contesto della mia relazione di coppia. Un’altra pillola di saggezza del mio ex:

“Dovresti chiedere scusa. Dopo una discussione ci si scusa entrambi perché, a prescindere da chi abbia torto e chi ragione, abbiamo fatto entrambi stare male l’altro. “Scusa” è la parola con cui inizia la conversazione”

(Ex di Loris)

Un approccio ibrido tra impostazioni culturali opposte

Anche qui aveva ragione. O meglio, io ho deciso che mi piaceva il ragionamento e ne ho abbracciato la filosofia. Sia chiaro che non voglio fare l’elogio di determinati comportamenti culturali in maniera acritica. Sono convinto che sia corretto iniziare la conversazione con queste scuse reciproche, cosa che prima di trasferirmi in Giappone non avrei mai neanche minimamento immaginato. Ma poi il problema, ossia il motivo della discussione, penso vada un minimo affrontato e analizzato. Purtroppo, in molti casi, le discussioni tra giapponesi terminano in un confuso sou desu ne, muzukashii desu ne (“eh già, sono situazioni difficili”) che vuol dire tutto e niente al tempo stesso. Forse alla fine questo si riconduce al punto di cui sopra: accettare senza questionare. Seppur oggi comprendo, non sono sempre disposto ad accettare questa impostazione, soprattutto nel privato. Il mio cervello è ormai ibrido, ma la mia metà occidentale razionale è ancora pulsante.

In compagnia di alcuni membri della sua famiglia, in visita a Tokyo

Un ingresso privilegiato alla comprensione

Non voglio dire che fidanzarsi con un cittadino giapponese sia l’unico modo per comprendere a fondo il Giappone, ma è indubbio che condividere spazio e tempo con l’intensità e la prossimità tipiche di una coppia, garantisce un accesso preferenziale alle dinamiche più nascoste e inarrivabili della cultura giapponese. Io, molto di quello che attualmente so sul Giappone e sulla sua cultura l’ho imparato un po’ per osmosi, un po’ per gioco, ma anche discutendo, incazzandomi e anche solo osservando silenziosamente intorno a me durante quegli anni di relazione. I miei primi anni di vita qui.

STORIA E ORIGINI DI SHINJUKU NICHOME

STORIA E ORIGINI DI SHINJUKU NICHOME

Shinjuku Nichome, da insignificante agglomerato a centro della vita gay

Il quartiere gay più grande di Tokyo, e per estensione di tutto il Giappone, è il vivace blocco di Shinjuku Nichome, conosciuto anche solamente come “Nicho” dai frequentatori abituali. Shinjuku Nichome è situato a pochi passi dall’uscita Est della stazione JR di Shinjuku, nei pressi dell’altrettanto noto quartiere dell’intrattenimento notturno (e del business sotterraneo a luci rosse) di Kabukicho. Si stima che il quartiere gay di Shinjuku Nichome, con la sua superficie di circa 105,238 m2, ospiti attualmente tra i 200 e i 300 esercizi a tematica LGBT tra bar, discopub, club, saune, negozi, associazioni, ecc.

Shinjuku Nichome di notte
Shinjuku Nichome di notte

Quando Shinjuku non esisteva ancora

La storia di questo quartiere è estremamente interessante e avventurosa. Per comprendere le origini e l’aspetto attuale di Shinjuku Nichome come hub della cultura gay, è necessario viaggiare nel tempo e fare un salto indietro di diversi secoli sino all’epoca Edo (1603-1867). Durante il periodo Edo il Paese (o meglio, la parte centrale dell’isola di Honshu in cui si trovavano le principali città) era attraversato da cinque arterie stradali che costituivano il sistema del Gokaido (五街道). Il Gokaido, il principale sistema terrestre viario di epoca Edo, collegava la città dello shogun ai punti principali dell’isola di Honshu, primo su tutti la città di Kyoto dove risiedeva l’imperatore.

Le città “postali” di epoca Edo

Nel 1625, su richiesta dei viandanti in viaggio lungo la Koshu Kaido, una delle cinque arterie, che conduceva alla attuale prefettura di Yamanashi, venne stabilita una ulteriore mini stazione di riposo per rifocillarsi tra una tappa e l’altra del viaggio, in corrispondenza della zona dove attualmente sorge Shinjuku Nichome. Ai margini di queste cinque arterie stradali sorgevano diverse cittadine “postali” (shukuba), ossia grandi o piccoli agglomerati provvisti quanto meno dei servizi e le infrastrutture basilari utili ai viaggiatori per rifocillarsi, riposarsi, acquistare beni di prima necessità, ecc. L’area di Shinjuku, che all’epoca non aveva ancora un nome, non qualificava come una “città postale” per le sue esigue dimensioni, ma a seguito delle richieste dei viaggiatori nei pressi del minuscolo raggruppamento di case fu eretto un tempio, e l’area ribattezzata Naito Shinjuku(内藤新宿).

Qui, oltre alle locande e le taverne, si dice che presto sorsero anche delle case apposite per la prostituzione e l’intrattenimento dei viandanti.

Koshu Kaido antica

Lo sviluppo di Tokyo Ovest in epoca Meiji

La prima apparizione di una nomenclatura come la conosciamo attualmente apparve all’inizio del Novecento, quando nel 1903 venne inaugurata la stazione di Shinjuku Nichome sulla linea di tram che attraversava la parte ovest di Tokyo. Per tutto il periodo bellico Il carattere “erotico” della zona continuava ad esistere e si decise di spostare in quella zona, ancora relativamente nuova e non sufficientemente sviluppata né popolata, parte del business legato alla prostituzione dai principali quartieri di piacere della città. Uno degli intenti era sicuramente quello di incrementare il volume di persone che gravitavano nella zona occidentale di Tokyo. Questo articolo racconta molto bene lo sviluppo di Shinjuku come centro economico di Tokyo e del Paese.

Shinjuku annu '20
Shinjuku negli anni ’20

Nel 1921 il trasferimento di parte delle strutture per l’intrattenimento e il business a luci rosse fu completato, ma un grande incendio devastò la zona rendendola inagibile. Comincio immediatamente l’opera di ricostruzione e due anni dopo le strutture erano di nuovo pronte per l’utilizzo. Proprio in quell’anno, nel 1923, il Grande Terremoto del Kanto colpì la capitale e rase al suolo moltissimi edifici e recò ingenti danni. Yoshiwara, il principale quartiere di piacere, non fu risparmiato e il business della prostituzione andò incontro a un crollo severo. Miracolosamente la zona di Shinjuku non registrò danni troppo gravi, e questo favorì la transizione del business dalla zona est di Tokyo alle emergente ovest.

Storico hub della prostituzione

Fino alle fine degli anni ‘50 Shinjuku Nichome era in assoluto uno dei quartiere più prominenti di Tokyo per il business della prostituzione (eterosessuale). Poi accadde qualcosa che segnò le sorti dello sviluppo futuro di questo regno. Nel 1958, infatti, il Giappone mise al bando la prostituzione, che da quel momento diventava illegale. Nel giro di pochi mesi la maggior parte dei locali e degli esercizi adibiti alla prostituzione dovette chiudere i battenti, e trasferirsi altrove sparpagliandosi per la città. Il quartiere di Shinjuku Nichōme, tutt’a un tratto, era spopolato.

La svolta degli anni ’50 e la virata di Shinjuku Nichome in chiave gay

Fu un uomo avanguardista e intraprendente rispondente al nome di Mitsuyasu Maeda a stabilire il destino di Nichōme. Maeda gestiva nella zona già da alcuni anni una normale sala da tè, il “Ran’ya”(蘭屋), che decise di convertire in locale per omosessuali. Ovviamente all’epoca, considerando il pesante pregiudizio che stigmatizzava l’omosessualità, non si pronunciava, non si scriveva, non si usava in nessuna forma quel vocabolo. I clienti e i gestitori agivano con un codice basato sul silenzio assenso.  

Shinjuku Nichome ai giorni nostri
Shinjuku Nichome ai giorni nostri

Con la messa al bando della prostituzione e lo svuotamento dei locali di Nichome, Maeda acquistò gran parte del terreno della zona, e investì nella proliferazione di business a tematica gay, attraendo dalle zone storiche di Ueno e Asakusa una gran parte dei bar per omosessuali. Il fatto che Maeda fosse originario di Okinawa spiega anche perché, tutt’ora, a Nichōme si trovano parecchi ristoranti di cucina di Okinawa e Amami. Inoltre, all’epoca, non di rado lo staff dei bar gay offriva servizi di sesso a pagamento ai clienti qualora lo richiedessero. Questa modalità di business era tutto sommato in linea con il carattere originario di Nichōme, come era stato fino agli anni precedenti.

Il passa parola sortì effetto. Nel giro di una decina di anni, alla fine degli anni ’60, il quartiere di Shinjuku Nichome era ormai popolato per la quasi totalità da bar, club, negozi, sale da tè per omosessuali. Tuttavia non esisteva ancora un senso di comunità, infatti la vita notturna dei bar era vissuta in completa clandestinità. I clienti in procinto di lasciare il bar chiedevano ai camerieri di affacciarsi prima fuori a controllare che non stesse passando nessuno.

Barazoku, la prima rivista gay del Giappone

È in questo clima di grande fermento che nasce Barazoku, la prima rivista del Giappone a tematica gay rivolta esclusivamente a un pubblico omosessuale. Sin dalla sua fondazione nel 1971, Barazoku contribuirà in maniera inestimabile alla nascita del primo vero e proprio nucleo di comunità omosessuale giapponese. L’incontro virtuale dei lettori prima sulle pagine della rivista e poi concretamente nei locali appositi fu il punto di partenza. I trent’anni di vita di Barazoku raccontano la nascita e l’affermazione della Tribù delle Rose, l’influenza che la rivista ha esercitato sullo sviluppo di Nichome e viceversa rappresentando il punto di partenza della comunità e delle moderna cultura gay giapponese.

…E io, che non potevo farmi scappare l’occasione, ci ho scritto su un libro. Se vi interessa il tema, non perdete i prossimi aggiornamenti! A presto con altre pillole di storia LGBT e molte altre info su Barazoku e la sua Tribù delle Rose.

Stay tuned!