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Chi Sono

Tradurre il Giappone è sempre stato il mio sogno. Avvertivo una inspiegabile urgenza di sprofondare nel suo fascino, comprenderne l’intricata natura e raccontarla al mondo.

 Ho iniziato a studiare giapponese verso gli undici anni o anche qualcosa di meno. All’epoca (…) internet non era quello che conosciamo oggi, le informazioni erano limitate e non di facile accesso. Cercavo sui motori di ricerca in voga in Italia alla fine degli anni ’90 qualunque tipo di informazione sulla lingua giapponese. Un giorno trovai la pagina di un ragazzo italiano (di cui onestamente non ricordo né nome né altro, e mi dispiace molto perché più di ogni altra cosa mi piacerebbe ringraziarlo) che caricava settimanalmente tabelle di hiragana, katakana e kanji e da lì è cominciato tutto. Le scaricavo in fretta perché non si poteva rimanere connessi troppo a lungo, e poi le stampavo con la stampante di casa, e scarabocchiavo, fantasticavo, tenevo quei fogli tra le mani fino quasi a consumarli del tutto. La qualità del font era un po’ grossolana, ma si leggevano comunque distintamente. Ricordo ancora come fosse oggi il brivido di adrenalina che provavo ogni volta che scaricavo la lezione nuova. Nuovi ideogrammi, nuova grammatica, nuove parole. Un minuscolo passetto in più in direzione del mio sogno. 

Come tutti i bambini italiani nati negli anni ’80, anche io sono cresciuto con i cartoni animati giapponesi e ho letto la mia dose di manga. I più popolari venivano trasmessi sulle reti nazionali, ma i cartoni animati giapponesi veri, quelli vecchi che sanno di Shōwa dove i protagonisti dormono nel futon e vanno in giro con i geta, quelli autentici non filtrati dalla censura, li mandavano sulle emittenti regionali e modestamente il repertorio del Lazio era di tutto rispetto. Ai miei occhi, un regolare bambino italiano che di certo non poteva sapere cosa fosse un tatami o la bon-odori, tutto ciò appariva nuovo, un po’ incomprensibile, e al tempo stesso spaventosamente ovvio e attraente. Ricordo un senso di affinità immediata. In quegli stessi anni iniziai a leggere il mio primo fumetto giapponese. Andai in edicola un giorno, e tornai a casa con il quattordicesimo volume di Ranma 1/2 di Rumiko Takahashi. Da lì è stata tutta una reazione a catena. Dal fumetto traevo sicuramente diletto per l’intrattenimento narrativo, ma erano i dettagli culturali e gli accenni linguistici a catturare la mia attenzione e alimentavano in me un interesse insaziabile, a tratti morboso. Volevo saperne di più, dovevo saperne di più.

Qui in Giappone mi chiedono spesso il perché io abbia deciso di studiare giapponese, qual è stata l’occasione o il dettaglio che mi ha fatto innamorare del loro Paese. La risposta che do in genere è proprio quella del fascino dello straniamento culturale, ma è una risposta che non mi soddisfa mai fino in fondo. Una volta un signore qui in Giappone, dopo aver ascoltato la mia storia, mi ha detto con estrema naturalezza: “Probabilmente la tua attrazione innata deriva dal fatto che nella vita precedente eri giapponese”. Ora, non sono un tipo religioso né particolarmente spirituale, ma se la reincarnazione esistesse davvero questa potrebbe essere sicuramente una spiegazione.

Poi un giorno arrivò la svolta con il corso serale di lingua giapponese inaugurato presso una scuola media locale, il primo nella mia zona. Un sogno che diventava realtà, durato ben due anni. All’epoca andavo alle medie, ero il più giovane del corso. Ricordo ancora l’eccitazione e la gioia con cui aspettavo l’arrivo del mercoledì, il mio giorno della settimana preferito perché la sera sarei andato al corso di Keiko sensei. Non ho saltato una singola lezione, ci sono andato anche con la febbre.

Dopo innumerevoli vicissitudini sono arrivato in Giappone prima per un’esperienza di homestay, poi per amore, quindi per studio universitario e infine per lavoro.

Il mio sogno nel cassetto era quello di diventare un traduttore, ma le varie difficoltà logistiche non lo rendono il lavoro più ovvio da intraprendere, specialmente agli inizi della propria carriera lavorativa. Il percorso da traduttore è iniziato tanti anni fa, a piccoli passi, inizialmente timidi e stentati. Non era la mia attività lavorativa principale, ma era quella in cui mettevo più passione in assoluto. Nonostante per varie motivazioni io abbia costantemente optato per investire il grosso delle mie energie in altro, a fasi alterne sono sempre tornato alla base, e la resilienza è stata premiata.

 Un giorno è arrivata l’occasione d’oro, il treno che devi cogliere al volo e le condizioni erano favorevoli. Dopo diversi anni in azienda da regolare impiegato ho messo insieme l’esperienza, la voglia di fare e un po’ di coraggio, e mi sono detto: “O la va, o la spacca”.

Ero preparato, eccitato, carico come non mai e ovviamente anche un po’ spaventato, quel tanto che serve.

Ho poggiato le dita sulla tastiera e ho cominciato a tradurre. Ho mollato gli ormeggi e sono partito alla volta di un viaggio spettacolare, probabilmente l’avventura più entusiasmante di sempre.