MINGO, il manga di Peppe. Un italiano in Giappone

MINGO, il manga di Peppe. Un italiano in Giappone

Un mangaka italiano nella terra dei manga

Giuseppe, in arte “Peppe”, è il primo italiano a debuttare come mangaka nella terra dei manga. Oltre a questo grandioso traguardo, a Peppe si deve anche l’alto importantissimo merito di aver portato una ventata di aria fresca all’immagine degli uomini italiani in Giappone. Mingo, il manga di Peppe, dà voce alla frustrazione di quegli italiani che non si riconoscono nello stereotipo diffuso in Giappone del rimorchiatore seriale.

Peppe con il vol. 2 di Mingo

Vi racconto di Mingo, di Peppe e del mio incontro con entrambi. Le storie degli italiani in Giappone sono spesso collegate, e alla fine c’è un po’ di Mingo in ognuno di noi.

Il mio tentativo vano di entrare a “Terrace House”…

Avevo sentito vociferare della possibilità anche per gli stranieri di fare domanda per partecipare al reality show giapponese “Terrace House”. “Terrace House” (TH) è uno show di Netflix Japan che è andato avanti per qualche edizione (al momento è sospeso), e parla di un gruppo di 6 giovani, 3 ragazzi e 3 ragazze, che vive insieme in una casa mega galattica in qualche angolo del Giappone (in genere a Tokyo o dintorni). I sei protagonisti vengono seguiti dalle telecamere condividendo con gli spettatori stralci delle loro vite quotidiane, lavorative e private. I partecipanti decidono liberamente quando abbandonare il programma e al loro posto vengono inseriti nuovi inquilini o inquiline.

L’obiettivo principale dello show, in teoria, sarebbe quello di “trovare l’amore” tra i membri della casa.

Detto ciò, a me di cercare l’amore a TH (visto che poi per “amore” si intende per ora solo quello tra un uomo e una donna) importava francamente meno di zero, ma l’idea di partecipare a quel reality per mostrare al Giappone un modo di essere gaijin, straniero e integrato, diverso dallo stereotipo, stuzzicava molto la mia fantasia. Feci domanda, ma come si può immaginare non ci fu risposta.

…e la sopresa di trovarci Peppe.

E qui arriva il primo “wow”. Ricordo molto chiaramente quella sera di settembre del 2019. Era uscita la nuova puntata di TH – Part 2 Ep. 14: “Just a Moment, Please”. Alla fine, nelle anticipazioni della puntata successiva, lasciarono intravedere di sfuggita qualche fotogramma del nuovo partecipante in arrivo. Un ragazzo che visto di spalle non sembrava giapponese. Strano, pensai. Poi aprì bocca, sempre senza essere inquadrato.

“Mamma, ciao!”, e parlò in italiano.

Rotolai giù dalla sedia.

L’anteprima dell’ingresso di Giuseppe a Terrace House, alla fine dell’episodio 14

Giuseppe è un ragazzo abruzzese che vive da qualche anno a Tokyo. Appassionato di Giappone sin da bambino, di anime e di cultura otaku disegna manga dell’età di 16 anni. Dopo aver studiato all’Università di Venezia, è arrivato a Tokyo per coronare il suo sogno. E a giudicare da come stanno andando le cose, direi proprio che ci sta riuscendo.

Peppe è entrato a TH presentandosi come mangaka in erba. Lavorava già presso la mangaka giapponese Keiko Nishi, e preparava i propri lavori mentre accumulava esperienza sul campo. Nella recente intervista su Youtube con Luca Molinaro (@mangaka96), Peppe racconta di come si fosse presentato a Shogakukan, la casa editrice che poi pubblicherà Mingo, con le tavole di Model Monogatari (モデル物語), il primo lavoro oneshot che avesse completato con soddisfazione. Il percorso che portò alla pubblicazione di Mingo richiese ancora molti sforzi e un po’ di tempo. Ma il lavoro di Peppe è del tutto unico nel panorama del manga giapponese e meritava di vedere la luce, in un modo o nell’altro.

Intervista di Mangaka96 (Luca Molinaro) a Peppe su “Mingo”.

La storia di Mingo, il manga di Peppe.

MINGO – Non pensare che tutti gli italiani siano popolari con le ragazze!

Questo il titolo del suo fumetto di esordio. Mingo è un ragazzo italiano di ventidue anni che lascia l’Italia per inseguire e coronare il suo sogno di vivere in Giappone. Arriva a Tokyo e lì incontra e si scontra con una realtà che in parte conferma il suo immaginario, in parte gli fa conoscere un Giappone diverso da come se lo immaginava. Il Giappone vero. Mingo è un ragazzo italiano, ma è quanto di più distante si possa immaginare dallo stereotipo dell’italiano marpione e collezionatore seriale di donne. Mingo è timido, introverso, romantico, idealista. Fatica a riconoscersi nell’aspettativa che gli altri gli costruiscono addosso solo per il fatto di essere italiano. Si fa strada nelle vicende della sua vita in Giappone alla ricerca dell’amore, con i propri mezzi che non sono quelli del “tipico” maschio italiano esperto in fatto di donne.

Lo stereotipo degli uomini italiani in Giappone

Avevo incontrato Peppe di sfuggita una volta prima che lui entrasse a TH. L’avevo solo incrociato a un evento. Quando l’ho rivisto era in TV, nello show di Netflix, e ho apprezzato tantissimo il modo in cui si è posto nei rapporti con gli altri partecipanti. La sua sensibilità, la sua onestà intellettuale, la sua visione delle cose a un livello di profondità e acutezza che non si vede comunemente in Giappone. Conosco tanti italiani estremamente in gamba qui in Giappone, ma i media giapponesi finora hanno preferito una narrativa diversa per noi italiani, relegando la nostra immagine allo stereotipo un po’ ripetitivo e “vecchio” del marpione conquistatore.

Mi piacerebbe tanto tradurre il manga di Peppe in italiano…

E qui entra in gioco nella mia vita Mingo, il manga di Peppe. Ho incontrato Peppe di nuovo lo scorso autunno a un famoso evento sulla cultura italiana a Tokyo. All’epoca Mingo, che è un’opera breve in 4 volumi, era già stato pubblicato in Giappone ottenendo un discreto successo. Mi sono intrattenuto in qualche chiacchiera con Giuseppe, e gli ho chiesto a titolo informativo: “Avete già programmato la pubblicazione del manga in Italia?”. Risposta affermativa, tutto arrangiato tramite case editrici. Ovviamente.

Peccato, mi sarebbe piaciuto tanto tradurlo, pensai.

Insieme a Peppe durante l’evento lo scorso novembre

E quella e-mail inaspettata che mi ha legato a Mingo

E qui arriva il mio secondo capitombolo giù dalla sedia.

Una sera di febbraio ricevo una mail del tutto inaspettata da Dynit Manga, famosa casa editrice italiana di manga. “Ciao Loris, ti contatto per proporti una traduzione. Si tratta di Mingo, il manga di Peppe. È un mangaka italiano. Lo conosci?”

Morto. Sguardo fisso sullo schermo, impietrito.

Rileggo la mail. La leggo altre cinque o sei volte per sicurezza. Sì, non c’era dubbio: mi stavano proponendo di tradurre proprio Mingo, il manga di Peppe. Quella sera feci fatica ad addormentarmi per l’adrenalina. Ero eccitato all’idea di occuparmi di quel titolo a cui tenevo particolarmente, e dopo l’incontro con Peppe lo scorso novembre non avrei mai creduto che questa cosa sarebbe mai successa. E invece mai dire mai! Vi lascio immaginare i salti di gioia. Non so come sia accaduto, quale arcano meccanismo ha fatto sì che ciò avvenisse, ma è successo davvero e per me è proprio un desiderio che si avvera. Ci teneveo davvero tanto, perché nella vita di Mingo mi ci rivedevo un po’ anche io.

Tradurre Mingo è un po’ come tradurre la mia vita

Mingo è un manga molto diverso da tutto ciò che già esisteva in Giappone. Racconta in tono divertente e interessante, da una prospettiva diversa, la storia di un gruppo di italiani a Tokyo di cui Mingo è il protagonista. Raccontata in prima persona dalla voce di un italiano che quelle esperienze le ha vissute davvero. Anche io diversi anni fa ho lasciato l’Italia per il Giappone guidato da una passione molto forte per questa cultura, proprio come Giuseppe e come il suo Mingo. La sua storia, seppur diversa dalla mia, in tantissimi punti mi ha fatto sorridere e annuire profondamente.

Sì, è vero! Porca miseria, è successo anche a me!

Lo stesso Giuseppe ha dichiarato che parecchi episodi del suo manga sono o si ispirano a fatti realmente accaduti. C’è molto di autobiografico e anche di elementi aggiunti sulla base di situazioni reali capitate ai suoi amici e conoscenti. Ma a prescindere dalle sottigliezze e dalle differenze individuali, credo che tutti noi italiani innamorati sin da piccoli del Giappone abbiamo un po’ di Mingo dentro di noi.

Dare voce alle avventure di Mingo

Ho lavorato con grande entusiasmo alla traduzione del manga (mi sono occupato della serie dal volume 2 in poi) e sono eccitatissimo all’idea di aver dato voce a Mingo e di aver presentato al pubblico italiano questa storia in cui mi rivedo tanto anche io.

Mingo, il manga di Peppe,vi racconterà con ironia e leggerezza i dilemmi e le gioie, le scoperte e gli imprevisti della vita quotidiana di un gruppo di italiani a Tokyo. Lo farà da una prospettiva che ci appartiene direttamente e che riguarda un po’tutti noi, amanti di questo misterioso Giappone.

Vi lascio qui il link al manga. Mi raccomando, aspetto i vostri commenti sulle avventure di Mingo!

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Gita allo Snow Monkey Park di Nagano

Gita allo Snow Monkey Park di Nagano

In Giappone anche le scimmie amano immergersi e rilassarsi negli onsen, le famosissime vasche termali naturali giapponesi. E se è vero che gli onsen sono diffusi in tutto il Paese, la regione montagnosa in corrispondenza dell’odierna prefettura di Nagano nell’entroterra del Giappone, ne è particolarmente ricca. Siamo andati allo Snow Monkey Park di Nagano e questo è l’itinerario del nostro breve ma rilassante viaggio nella natura profonda della regione di Shinshu.

Le scimmie (nihonzaru) che abitano le foreste della prefettura di Nagano si godono senza sconti i piaceri degli onsen, e le abbiamo viste crogiolarsi con i nostri occhi al famoso Snow Monkey Park nei pressi della località termale di Yudanaka Onsen.

Una gita di due giorni alle terme e allo Snow Monkey Park di Nagano per staccare la spina

Avevo bisogno di staccare la spina dalla vita frenetica di Tokyo e insieme a tre fantastici compagni di viaggio sono andato alla scoperta delle meraviglie della prefettura di Nagano. Vi racconto nel dettaglio il nostro itinerario di viaggio, che consiglio a chi volesse visitare il celebre Snow Monkey Park di Nagano ma non avesse troppi giorni a disposizione. Alla fine dell’articolo trovate il resoconto con i costi del viaggio!

Itinerario di viaggio. Day 1

Da Shinjuku a Nagano

Partiamo dalla partenza, e scusate il gioco di parole. Potevamo prendere lo shinkansen da Tokyo, ma abbiamo scelto il bus. Io preferisco di gran lunga viaggiare in autobus piuttosto che in treno, e si risparmia anche parecchio. Con gli autobus della compagnia WILLER EXPRESS siamo partiti alle 8:55 a.m. dal Bus Terminal di Shinjuku (South Exit) e siamo arrivati alla stazione di Nagano alle 12:38.

Nagano città è una ridente (oh! oh! oh!) località di montagna nella vecchia regione dello Shinshu. Famosa per le piste da sci, i paesaggi montagnosi, la natura incontaminata, gli onsen ovviamente e forse un po’ anche per il libro Kafka sulla spiaggia di Haruki Murakami. Non dista molto da Tokyo ma non c’ero mai stato.

A pranzo spiedini fritti (e una bella carica di vintage)

Arrivati giusto in tempo per il pranzo siamo andati a mangiare in una tavola calda specializzata in kushiage (spiedini fritti di verdure, carne e pesce) completamente a caso nei pressi della stazione. Scelta vincente. Al di là della squisitezza del cibo, l’atmosfera super vintage di Kakashi, così si chiama la tavola calda, ci ha dato il miglior benvenuto a Nagano. Il proprietario di Kakashi è un signore anziano dolcissimo, che non ci sente molto bene. Ho dovuto praticamente urlare per farmi capire, ma siamo riusciti a comunicare senza troppi problemi. Prepara con meticolosa dedizione il cibo, fresco tutti i giorni, e offre tanti menù diversi. Noi abbiamo scelto tutti il menù del giorno, per semplificare l’ordine visto che era da solo in negozio. Gli sgabelli bassissimi che sembravano fatti per i nani di Biancaneve alla fine si sono rivelati comodi (per le nostre altezze contenute).

kakashi nagano kushiage
Tavola calda “Kakashi”, Nagano City

A quanto pare, mi spiegava il proprietario, c’è una tradizione al ristorante Kakashi: chi mangia almeno 35 spiedini può firmare e appendere alle pareti una targa con il proprio nome e messaggio. Ne era pieno il locale, e lo inondava di famigliarità.

Il tempio Zenkoji, un luogo semplicemente unico e speciale

Dopo pranzo ci siamo incamminati alla volta del meraviglioso tempio Zenkoji, simbolo della di Nagano e importantissimo anche a livello nazionale. Eretto nel VII secolo d.C., si dice conservi la più antica statua di Buddha del Giappone. La particolarità del tempio Zenkoji, che lo rende unico nel suo genere, è quella di prescindere dalle varie scuole di pensiero buddhiste.

Nagano City
Mercato coperto e passeggiata a Nagano City, con le montagne di sfondo

Proprio in virtù della sua antichissima storia, si dice che il tempio Zenkoji esisteva in Giappone da prima della divisione del Biddhismo in varie correnti e questo concetto continua tutt’oggi rendendolo un luogo amichevole, equo, accogliente per chiunque. Una sorta di tempio sconsacrato conosciuto come famoso “power spot”, ossia un punto nevralgico per la concentrazione di energie positive.

Tempio Zenkoji (VI sec d.C.), Nagano
Tempio Zenkoji (VI sec d.C.), Nagano

Per farvi capire la particolarità di questo luogo: alle spalle del padiglione principale c’è un piccolo monumento dedicato alla posta. Alle lettere, ai pacchi, a tutto ciò che spediamo e che per qualche ragione si smarrisce nell’etere e non raggiunge il destinatario. Giuro, stavo per piangere dalla commozione.

monumento posta smarrita zenkoji
Monumento alla posta smarrita (tempio Zenkoji), Nagano

L’assenza di barriere concettuali di questo tempio e la credenza che visitandolo almeno una volta nella vita si possa accedere al Paradiso della Terra Pura, lo rendono uno dei luoghi più visitati in tutto il Giappone con circa 7 milioni di visitatori l’anno tanto religiosi quanto atei.

Io, che non sono mai stato troppo affascinato da questioni legate alla religione, personalmente ho trovato questo luogo rilassante, riconciliante, energetico, e ho amato assolutamente la fila di negozietti, caffetterie e ristorantini ai lati del lungo viale che conduce al tempio. Il tempo sereno e l’aria frizzantina hanno reso la visita a questo “power spot” a dir poco gloriosa.

zenkoji nagano
Viale che conduce al tempio Zenkoji, Nagano

Il ryokan

Tornati poi in stazione verso il pomeriggio inoltrato, abbiamo preso un treno locale (circa un’oretta) da Nagano alla stazione di Yudanaka Onsen, località termale dove avremmo pernottato. Abbiamo scelto tra tutte le opzioni il ryokan Hosei Hotel. Perché?

・è pulito e bello esteticamente

・è provvisto di onsen e rotenburo (vasca termale all’aperto)

・offrono il servizio navetta gratuito dalla stazione al ryokan e viceversa

・prezzi decisamente alla mano, cena e colazione incluse (vedi in fondo)

Hosei hotel ryokan Yudanaka
Hosei Hotel, Yudanaka Onsen

* Ho chiesto (e ottenuto eccezionalmente) il permesso ai proprietari per fare le foto nell’onsen. Non c’era nessuno in quel momento, ma di norma è severamente vietato.

Abbiamo prenotato su Booking.com, non dal sito dell’hotel. Era più pratico. Sul ryokan non ho molto da dire al di fuori di: assolutamente pazèsko! Atmosfera bella e amichevole, staff super disponibile, l’onsen era top (ma assicuratevi di chiedere qual è l’orario di pulizia in cui non sarà accessibile! Abbiamo rischiato grosso). Ottima anche la cena (kaiseki ryori tradizionale multi portata, ampiamente digerita giocando a Taboo e facendo reel burloni) e la colazione (tradizionale, ma in cui era disponibile anche a buffet con cibi più occidentali). Ci siamo immersi nell’onsen alla maniera giapponese, ossia tre volte: prima di cena, dopo cena, la mattina dopo prima di colazione. E poi, sayonara (purtroppo).

Itinerario di viaggio. Day 2

Snow Monkey Park, il parco delle scimmie di Jigokudani

Alle 10:00 di mattina, onsen-nati, colazionati e check-out-ati, abbiamo chiesto un passaggio allo staff di Hosei Hotel per farci accompagnare al parco delle scimmie di Jigokudani (Jigokudani Yaen Koen) per la nostra gita allo Snow Monkey Par di Nagano. Peccato che a metà marzo la “snow” non era pervenuta, ma ce lo aspettavamo. Onestamente è stato bello lo stesso, le scimmie si spulicchiavano, si facevano il bagno nell’onsen, ci fissavano con aria sfottente, ma penso che tutto innevato debba fare un effetto ancora più suggestivo.

jigokudani onsen snow monkey park
Jigokudani Onsen, locanda “Koraku-kan” (1864)

Allora, il focus del viaggio: il parco delle scimmie di Jigokudani, Snow Monkey Park di Nagano. Tra una cosa e l’altra siamo arrivati verso le 10:30 all’inizio del sentiero. Ci vuole mezz’ora a piedi (solo andata) dal punto di partenza all’ingresso del parco dove si trovano le scimmie. Si paga un biglietto di ingresso e si accede all’area con la pozza termale, il ruscello nella valle e decine e decine di macachi giapponesi che scorrazzano in libertà ovunque. Occhio, mi raccomando. Non sono pericolose ma giustamente non ci si può avvicinare, non le si può importunare. Rispettiamo sempre gli spazi reciproci (tranne quando arrivano loro a prenderti le cose di mano. Soprattutto se sono commestibili, infatti eviterei di tirare fuori cibo). Ci tengo a sottolineare che non si tratta di uno zoo. Le scimmie sono completamente libere di spostarsi ovunque vogliono (e se anche esistono delle recinzioni, sono assolutamente impercettibili per il livello di estensione dell’area).

Snow Monkey Park Jigokudani
Scimmie goduriose allo Snow Monkey Park, Jigokudani

Tenetevi da parte almeno un paio d’ore. Considerate un’oretta da passare lì allo Snow Monkey Park, se non qualcosina di più se amate fare fotografie. In più, un’ora tra salita e discesa. Il signore dell’hotel ci aspettava puntuale alle 12:30 per portarci poi, su nostra richiesta al centro del paesino termale di Yudanaka Onsen da cui avremmo fatto una passeggiata per le stradine romantiche di Shibu Onsen (un’altra località termale letteralmente attaccata a Yudanaka e raggiungibile a piedi).

Shibu Onsen. Una suggestiva passeggiata indietro nel tempo

Passeggiare per Shibu Onsen è paragonabile a un salto nel tempo di secoli. Nella località termale si respira una rinfrancante aria di tempi lontani e di tradizione. Pullula letteralmente di vasche termali. Sono 9 gli onsen del paesino, tutti attaccati tra di loro e tanti anche i punti di ashiyu, ossia le vasche termali in giro per la viuzze per mettere soavemente in ammollo i piedi. Non abbiamo fatto in tempo a fermarci, perché avevamo l’autobus di ritorno per Tokyo alle 16:00, ma una passeggiata (e un buon ramen in centro) ce la siamo fatta. Se avete tempo per una seconda notte, consiglio vivamente di pernottare a Shibu Onsen e fare il giro dei 9 bagni termali (si dice porti fortuna!).

Di ritorno a Tokyo…

Abbiamo ripreso il treno locale da Yudanaka Station alla volta di Nagano verso le 14:30. Arrivati a Nagano siamo saliti come da programma sulla corriera WILLER che avevamo prenotato con partenza alle 16:00 e siamo arrivati con qualche minuto di ritardo a Shinjuku verso le 19:30. Fine di un viaggio all’insegna della natura, l’aria pulita, chiacchierate intense alle terme, gioiosi primati più umani di tanti umani, un reel da ricordare e una vagonata di risate. Tanto, tanto, ma tanto benessere.

yudanaka onsen
Stazione di Yudanaka Onsen, prefettura di Nagano

Ricapitolo dei costi

Trasporti:

Autobus (WILLER) Shinjuku – Nagano 6,800 JPY a/r (circa 52 Euro)

Treno locale Nagano – Yudanaka Onsen 2,400 JPY a/r (circa 19 Euro)

Pernottamento:

Hosei Hotel (豊生ホテル) cena e colazione incluse 6,500 JPY/notte (circa 50 Euro)

Gite:

Snow Monkey Park, ticket 800 JPY (circa 6 Euro)

Pasti:

Pranzo a Nagano (Kakashi), menù del giorno 750 JPY (circa 5,50 Euro)

Ramen a Shibu Onsen (non ricordo il posto, ma non era particolarmente speciale), 750 JPY (circa 5,50 Euro)

Varie:

Snack e bevande per la sera in ryokan, 2,000 JPY (circa 15 Euro)

TOT: 20,000 JPY (circa 154 Euro)

Se cercate invece un itinerario per un viaggio ai tropici del Giappone, vi consiglio di leggere la mia avventura estiva a Ishigaki.

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Nagabe, autore di “Girl from the Other Side”

Nagabe, autore di “Girl from the Other Side”

Non capita tutti i giorni di incontrare di persona l’autore di un manga sulla cresta dell’onda. Vi racconto il backstage della mia chiacchierata con il maestro Nagabe, autore di Girl from the Other Side.

loris usai e nagabe
Insieme al maestro Nagabe a intervista conclusa, Settembre 2020

È un mondo in “bianco e nero” quello di Girl from the Other Side, celebre opera del maestro Nagabe che racconta con toni estremamente delicati la convivenza improponibile di Shiva e del Maestro. Totsukuni no shojo, questo il titolo originale del manga che sta facendo parlare di sé in tutto il mondo per la sua estrema originalità, e di cui ho parlato spesso sui social, specialmente quando ho avuto l’onore di incontrare l’autore dell’opera.

Shiva è una bambina smarrita in un mondo in cui è “straniera”, e vive sotto lo stesso tetto del Maestro, una creatura bipede dal volto caprino affetto da una maledizione che si prende amorevolmente cura di lei. I due rappresentano gli opposti: bianco e nero, luce e tenebre, umano e animale. Eppure tra di loro si instaura un rapporto di tenera complicità, di una profondità che non può lasciare indifferenti.

girl from the other side
Shiva e il Maestro, Girl from the Other Side

Nagabe Sensei, l’autore di Girl from the Other Side

Girl from the Other Side nasce dalla mente e dalla mano di Ayumu Yoshida, in arte Nagabe. Nagabe è un ragazzo minuto di statura, giovanissimo per giunta. L’ho incontrato lo scorso settembre per un’intervista per Lucca Changes 2020 commissionata da J-POP Manga.

L’incontro con Nagabe e le chiacchiere di inframezzo

Parlando a telecamere spente mi ha confessato di aver appena compiuto ventissette anni. Io gliene avrei dati anche molti di meno. Ha un viso pulito, un gusto nell’abbigliamento ordinato, e un po’ preppy volendo. Il giorno dell’intervista indossava uno smanicato a coste larghe verde scuro e un paio di mocassini: pensai che quello stile si adattasse molto bene all’acconciatura di capelli vintage, una sorta di taglio a scodella molto ordinato ed elegante.

Incuriosito, ho chiesto al maestro Nagabe come fosse la sua giornata tipo. Mi sembrò quasi di essere colto da una smania “voyeuristica” di curiosare nella routine di un mangaka di successo. Nagabe, calmo e serafico, si è raccontato senza mai posare la penna stilografica dal foglio. Si alza tardi, ha detto. All’incirca verso mezzogiorno, a volte un po’ prima. Non cucina quasi mai e preferisci piatti comuni, non particolarmente elaborati. Lavora per circa otto ore, mangia, si fa il bagno, si risposa, e verso mezzanotte fa a dormire. Ricordo di aver pensato con una punta di invidia: “Madonna, dorme un sacco! Beato lui”. Ma lui anticipò quasi i miei pensieri, palesando a parole e con un sorriso gentile ciò che mi aveva attraversato la mente. “Dormo parecchio!”. E in quel momento fui completamente conquistato dalla sua aura di trasparente semplicità.

nagabe autore di girl from the other side
Durante l’intervista con il maestro Nagabe

Non posso avventurarmi in chissà quali congetture sul maestro Nagabe, ma credo di non sbagliare troppo supponendo che sia un ragazzo timido e un tantino introverso. D’altronde il mestiere di mangaka non aiuta a socializzare: ore e ore trascorse in solitudine a disegnare, e ci sono giorni in cui non rivolge parola a nessuno.

Girl from the Other Side è una storia che coinvolge una protagonista umana e uno dalle sembianze zoomorfe. Nagabe mi spiegava la sua passione per gli animali, e come amasse disegnarli tutti, nessuno escluso. Quelli a portata di mano li studiava di persona, con i propri occhi, tutti gli altri li guardava nei documentari. Per la figura del Maestro, Nagabe ha optato per un volto affusolato, caprino appunto, e due lunghe corna sul capo, per veicolare un senso di inquietudine.

Il tratto peculiare di Nagabe

Il maestro Nagabe ripassa la matita dei suoi disegni con la penna stilografica, e riempie i neri con un pennello morbido a inchiostro. Era la prima volta che vedevo usare la penna stilografica, non pensavo ci fossero mangaka che usassero quella tecnica. Dopo averlo scoperto sono andato a riguardare i suoi manga, e tutto mi è apparso più logico. Tra l’altro, e non è una coincidenza, il tratto deciso e robusto della penna stilografica si sposa benissimo con l’atmosfera gotica di Girl from the Other Side. Lo guardavo disegnare mentre gli facevo le domande in scaletta, e pensavo tra me e me che avesse un modo molto curioso di impugnare la penna. Vagamente bambinesco, forse, e questo mi strappò un sorriso. Fissavo ammaliato il disegno prendere vita guidato dagli affondi decisi della sua mano sul foglio.

nagabe penna stilografica
Il maestro Nagabe in azione con penna stilografica e pennello.

Di Nagabe mi ha colpito l’estrema spontaneità, la freschezza, e se vogliamo l’ingenuità del suo sorriso. Tutte sensazioni miei personalissime, chiaramente, ma di quella giornata in sua compagnia conservo un ricordo piacevolissimo.

Girl from the Other Side è un dark fantasy fuori dal coro per molti aspetti. Il tratto, nostalgico e lontano dai trend contemporanei, si avvicina molto di più alla tradizione gotica occidentale rispetto ai classici manga giapponesi. In Girl from the Other Side il maestro Nagabe raffigura (con la sua penna stilografica) un mondo di opposti, o meglio, due mondi opposti e separati tra di loro.

Un meraviglioso OVA di Girl from the Other Side prodotto da Wit Studio è offerto in visione anche al pubblico italiano durante la settimana del JFF (Japan Film Festival), Festival che si protrarrà dal 26 febbraio fino a domenica 7 marzo.

Dura solo dieci minuti, ma riesce stupendamente a dare vita alla dimensione in chiaroscuro di Nagabe, lasciandoci immergere nel mondo noir di Shiva e del maestro, un mondo pregno di mistero e di inquietudine, di poesia, diversità e sconfinata tenerezza.

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Dietro le quinte di Tokyo Revengers

Dietro le quinte di Tokyo Revengers

Cos’è Tokyo Revengers? Che sfide sono state affrontate in fase di traduzione? E com’è accolto in patria Tokyo Revengers? Ve ne parlo qui!

Baby gang, viaggi nel tempo e amore

Avete mai pensato a cosa succeda un istante prima di morire?

Si dice che un flash ci attraversi la mente, i ricordi, mostrandoci tutta la nostra vita, come in una pellicola cinematografica che si esaurisce in un batter di ciglia. Ci si aspetterebbe un flashback glorioso, i momenti più epici della nostra esistenza. Ma chi può dirlo?

Anche Takemichi, in stazione, scivolato dalla banchina e precipitato sui binari poco prima dell’arrivo del treno, pensava che fosse arrivata la fine. Si aspettava il proprio edificante flashback, ma le sue aspettative furono tradite da quello che accadde subito dopo.

La missione di Takemichi

La tediosa esistenza di Takemichi, un giovane ragazzo di ventisei anni senza voglia di lavorare o particolari ambizioni nella vita, con un passato da teppista e tanti fallimenti alle spalle, viene sconvolta da una news improvvisa al TG. Hinata, l’unica fidanzata che abbia mai avuto in vita sua, era morta in un incidente violento nel bel mezzo di un matsuri. Erano anni che non la vedeva, ma forse il ricordo di Hinata non aveva mai lasciato i suoi pensieri.

Ed è così che Takemichi, accasciato sui binari del treno, viene catapultato indietro nel tempo di ben dodici anni. Invece di morire travolto dal mezzo, si ritrova adolescente, biondo ossigenato, in compagnia dei suoi amici storici con indosso l’uniforme scolastica adattata secondo la moda dell’epoca alla maniera dei baby gangster delle medie. A tutto c’è una ragione, e così Takemichi inizia il suo andirivieni tra passato e presente con una missione chiara davanti a sé.

Tokyo Revengers è un manga shonen suggestivo e di grande suspense che tocca diversi generi spaziando dalla tematica “gangster”, a quella del manga di fantascienza. Una storia di baby gang e di adolescenza, di scazzottate e vendette, ma anche di onore e codici non scritti, di emarginazione sociale e disagio, di viaggi nel tempo e crescita personale.

Il primo manga non si scorda mai

Ora, non lo sbandiero spesso ai quattro venti come faccio con le indiscutibili meraviglie del genere shojo, ma sono un grande appassionato di storie malavitose. Specialmente gruppi mafiosi, regolamenti di conti, fazioni rivali, ecc. Dubito che la redazione di J-POP fosse a conoscenza di questo dettaglio, fatto sta che quando il mio editor mi ha proposto di occuparmi di Tokyo Revengers ho fatto un salto di gioia che vi lascio immaginare.

Non solo ero eccitato per via dell’interesse personale sull’argomento, ma anche per un’altra questione decisamente più importante. Finora ho tradotto romanzi e novel, ma Tokyo Revengers è a tutti gli effetti il primo manga di cui mi occupo da solo, dall’inizio alla fine (si spera!). È il mio bambino!

La traduzione

Lavorare alla traduzione di Tokyo Revengers è un compito avvincente per molte ragioni.

tokyo revengers
Preferisco lavorare su carta e segnare i “balloon” direttamente a penna.

Innanzitutto il linguaggio decisamente colorito e sfacciato dei dialoghi. I personaggi usano espressioni in un giapponese molto colloquiale, proprio di basso livello e all’occorrenza anche volgari. Stiamo pur sempre parlando di ragazzini malavitosi. Mi veniva da ridere mentre leggevo il manga e pensavo a come rendere quello scambio di battute. Onestamente avrei voluto tradurre Tokyo Revengers in dialetto romano. Purtroppo, per quanto ne sarebbe venuto fuori un lavoro decisamente credibile (in stile Suburra), non era la scelta sociolinguistica più adatta. Insomma, non è che potevano dare a Takemichi & co. una colorazione culturale regionale così specifica. Quindi è stato necessario stemperare un po’ e trovare un punto di incontro con un registro che si calasse “elegantemente” a metà tra l’italiano standard e il livello meno brilluccicoso di un qualsiasi dialetto. Con il supporto della redazione abbiamo trovato una via di mezzo che spero renderà al pubblico il giusto feeling.

Un’altra cosa che mi diverte da morire è lo scambio di battute infantili e un po’ sconce dei personaggi. Ripeto: adolescenti in preda agli ormoni. Quindi, ecco, tra riviste porno, peli pubici, cacche (Arale docet), non ci si annoia davvero.

Tokyo Revengers… oltre il manga c’è di più!

Tokyo Revengers esce in Giappone per Kodansha e la pubblicazione del manga è ancora in corso. Nel 2017 è stato il manga che ha registrato il più grande volume di vendite tra i nuovi manga del genere time slip. Ha riscosso, e continua a riscuotere una valanga di successo. Anzi, dato l’enorme seguito in patria, è stata già annunciata l’uscita in TV della versione anime a partire dall’aprile 2021 e sempre quest’anno, a luglio, uscirà nei cinema giapponesi addirittura la LIVE Action! E IO NON VEDO L’ORA!

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Ishigaki e le isole Yaeyama: l’estremo sud del Giappone

Ishigaki e le isole Yaeyama: l’estremo sud del Giappone

Se già mi seguite su Instagram, sapete che sono appena tornato da un viaggio a dir poco eccezionale a Ishigaki e altre isole dell’arcipelago delle Yaeyama! Sono un amante del mare, delle isole in particolare, e considerando il fatto che il Giappone è un arcipelago di migliaia di isole, e che attualmente non si può andare all’estero, ho optato (felicemente) per un viaggio estivo agli estremi tropicali del Giappone. Ne ho parlato in lungo e in largo sul mio profilo (tutto salvato nelle storie in evidenza!), documentando giorno per giorno i miei spostamenti, ma vorrei assolutamente parlarvene anche qui per tenere tutte le info insieme e consultabili a colpo d’occhio. Partiamo alla scoperta di questo meraviglioso arcipelago!

L’arcipelago delle Yaeyama

L’arcipelago delle isole Yaeyama si trova a sud, ma tanto a sud. Si fa molto prima ad andare a Taiwan che a Tokyo da lì. Le isole Yaeyama detengono due primati nella geografia giapponese: 1) il punto più a sud (isola di Hateruma), e 2) il punto più a ovest (isola di Yonaguni) di tutto il territorio nazionale. L’arcipelago delle Yaeyama appartiene alla prefettura di Okinawa, ed è composto da 32 tra atolli e isole di varie dimensioni, di cui solo 12 sono abitate e il resto è praticamente oasi, patrimonio nazionale e paradisi naturali incontrastati (non che le isole abitate siano da meno!).

Sono stato nell’arcipelago delle Yaeyama per un totale di 6 giorni. Un periodo troppo breve per visitare ogni singola isola e scoprire tutto quello che avrei voluto sapere su storia, cultura e paesaggi di questi paradisi tropicali. Ma per un primo assaggio, sono assolutamente soddisfatto dell’itinerario che ho costruito e ve lo racconto qui.

Giorno 1 – Arrivo a Ishigaki

Arrivo all’aeroporto di Ishigaki con un volo diretto da Tokyo (all’incirca 2h:30 di viaggio). Ho volato Peach, una low cost che ha voli diretti da Tokyo e Osaka, per un totale di 30,000¥ (circa 220€) a/r comprensivo di bagaglio da stiva che ho acquistato a parte. Ci volano chiaramente anche JAL e ANA ma personalmente trovo eccessivo pagare i loro prezzi-gioielleria per un volo di neanche tre ore. Up to you!

Ishigaki è l’isola principale dell’arcipelago delle Yaeyama, nonché punto di riferimento politico e culturale della regione, ma non la più grande per dimensione (Iriomote la frega, seppur di poco). Ho deciso di fare base a Ishigaki per il mio viaggio perché è oggettivamente l’isola più fornita dal punto di vista dei servizi. Qui dipende un po’ dalle vostre preferenze. Si può anche soggiornare sulle isole minori, il che è sicuramente molto romantico, ma bisogna tenere presente l’aspetto “sconvenienza”. Già Ishigaki è un luogo remoto (letteralemte!) agli antipodi del Giappone, figuriamoci le isolette ancora più inabissate: niente konbini, niente lampioni la sera (bello per le stelle però), niente bar, niente. Nel mio caso, sono contentissimo di aver scelto Ishigaki perché mi ha permesso di avere una discreta interazione con la popolazione locale, in quanto esistono quantomeno luoghi di ritrovo. Sono stato in un bar in particolare, di cui vorrei parlarvi, ma lo farò in un’altra sede perché quella è un’esperienza totalmente a sé e merita attenzione. Stay tuned!

Scorci della cittadina di Ishigaki. A destra una delle vie principali del piccolo centro dove si riuniscono bar e izakaya.

Il soggiorno alla Guest House Ashibina

Dunque, a Ishigaki ho scelto di pernottare vicino il porto perché sapevo che il traghetto sarebbe stato il mio miglior amico per i giorni a venire. Io sono stato alla Guest House Ashibina e ho ADORATO. La struttura in sé è semplicemente deliziosa, ma ancora più adorabili sono le persone che la gestiscono: una famiglia di quattro persone, Tomomasa e Megumi, con due bambine piccole, Iroha e Natsume. Stupende! E soprattutto vince per l’ottima posizione: 10 minuti a piedi dal porto, e altrettanti dal piccolo centro con izakaya, ristorantini, il mercato coperto, musei, qualche baretto, noleggio macchine, ecc… Accogliente, famigliare, confortevole e pulitissima. Prezzo di una notte in camera singola 5,000¥/ notte (circa 38€) e dai 2,500¥/ notte (circa 19€) per il dormitorio (mix o solo femminile). I proprietari parlano un po’ inglese! In questo video racconto la mia esperienza alla guest house Ashibina! Se vi va dategli un’occhiata.

Io ho prenotato su Airbnb, ma vedo che anche Booking.com ha ottimi prezzi per Ashibina e comunque applica la policy della cancellazione gratutita, quindi forse è più conveniente.

Il primo giorno mi è servito per famigliarizzare con i dintorni, fare un bel po’ di foto e… bruciarmi vivo mentre camminavo. Note to self: occhio al sole dei tropici… crema sempre e comunque. Lo sapevo, ma non imparo mai.

Giorno 2 – Taketomi

Non perdo tempo. Mi alzo e vado al porto. Ci sono un sacco di traghetti, non ho avuto problemi in questo. Assicuratevi solo di controllare l’orario dell’ultimo traghetto in partenza dall’isola in cui vi trovate per tornare a Ishigaki, e poi siete a cavallo! Insomma, ho preso il traghetto per l’isola di Taketomi. Mi ispirava per il suo aspetto intatto, l’atmosfera molto Ryukyu (l’antico regno insulare che corrisponde grossomodo alla odierna prefettura di Okinawa), le spiagge pazzesche… e la distanza: solo 10 minuti di traghetto da Ishigaki! Biglietto a/r adulto: 1,160¥ (circa 10€). A questo proposito, sappiate che esistono anche degli abbonamenti per i traghetti che partono da 6,800¥/3gg, ma attenzione che non tutti gli abbonamenti includono tutte le isole!

Sinistra: Kondoi Beach, isola di Taketomi. A destra: scorcio di un’abitazione locale a Taketomi.

Attenzione: quando al porto di Ishigaki si acquistano i biglietti del traghetto per Taketomi vi verrà chiesto se volete acquistare insieme anche il biglietto per salire sul carro trainato dai bufali, tradizionale mezzo di trasporto dell’isola. Se ne occupa la cooperativa per il turismo locale “Nitta” e volendo potete prenotare direttamente al porto di Ishigaki o anche direttamente a Taketomi. La gita sul carretto da sola costa 1,700¥ (circa 14€). Se prenotate insieme al biglietto del traghetto (acquistando il pacchetto al porto) è effettivamente un pelino conveniente economicamente, ma il giro con il carretto va effettuato necessariamente appena approdati sull’isola.

Detto ciò, occhio all’ora: se avete intenzione di svaccarvi in spiaggia (come me) e godervi il mare, controllate gli orari di alta e bassa marea. In base alle maree, le acque si ritirano al punto tale da costringerti a camminare davvero dei chilometri prima di riuscire a bagnarti le ginocchia! Questa informazione potrebbe influire sulle vostre scelte…

L’isola di Taketomi è un gioiello

Taketomi è semplicemente un gioiello. Bella, intatta, colorata, fiera. Piccolina, si gira in bicicletta senza troppa fatica. Appena arrivi al porto le varie compagnie di noleggio sono lì che ti propongono il loro pacchetto (sono tutti uguali da quello che ho capito, non si fanno concorrenza…), quindi ti caricano sul furgoncino e poi ti portano al loro garage. Dopo il briefing ti danno la bici e sei libero di scorrazzare! Si paga a seconda del tempo di noleggio. Ho pagato 2,000¥ (circa 16€) per tutta la giornata. Taketomi è abbastanza pianeggiante, quindi una normale bicicletta andrà benissimo.

Passeggiando per Taketomi: shiisaa, fiori e muretti di pietra.

Taketomi è un incantevole esempio di isola Ryukyu, l’antico regno che comprendeva tutte le isole tropicali che poi fu gradualmente annesso al Giappone con un lento (e doloroso) processo di occupazione e conquista a partire dal periodo Edo. L’architettura lo rivela, con i tradizionali muretti in pietra (ishigaki appunto) a fare da protagonisti ovunque, i leoni canini shiisaa, divinità protettrici di origine cinese collocati sui tetti o all’ingresso delle case a difesa dagli spiriti maligni, i tetti spioventi in tegole, le strade sabbiose e spesso impantanate (occhio con la bici!), il carretto con i bufali. Una cosa che mi ha colpito molto girovagando per l’isola sono le tombe. La struttura delle tombe poi è molto particolare: enormi, in pietra e in bella vista. Ogni tomba assomiglia più a un mausoleo che a una semplice tomba per via della dimensione imponente, che a quanto pare è sinonimo dell’influenza del defunto in società. Ho scoperto che un determinato periodo dell’anno (probabilmente aprile, ma la mia fonte tentennava) i famigliari del defunto si riuniscono intorno alla tomba del proprio caro e ne celebrano la memoria consumando un pasto seduti sul muretto di cinta. L’ho trovato molto bello. E poi ancora mille fiori colorati ovunque, natura incontrastata e spiagge cristalline… ecco, magari occhio ai corvi maledetti, vi dico solo che mi hanno rubato una canottiera mentre facevo il bagno.

Giorno 3 – Kohama & il rendez-vous tra i fondali oceanici

Giornata intensa. Avevo guardato il meteo e dava particolarmente bello, quindi non ho esitato e sono uscito di nuovo all’arrembaggio. Sono arrivato al porto e ho lanciato uno sguardo agli orari dei traghetti. Chi è in partenza? Tu? Bene, arrivo. Dov’è che si va? Ah, Kohama. Perfetto! Aspe’ che guardo dove sta magari… Ah ci piace. Vicino, una decina di minuti ed ero lì. Biglietto a/r adulto: 2,060¥ (circa 16€).

L’isola di Kohama nasconde un paradiso terrestre

L’isola di Kohama è stata un’altra grande sorpresa. Avevo visto che non c’era granché da vedere in termini “culturali”, è un’isola più che altro di bellezze naturali. Piccolina, si gira in bici, quindi ho deciso di noleggiarne una (attenzione: non fate come me! A Kohama optate per la bicicletta a motore, altrimenti tra discese e salite suderete anche le cellule celebrali) e sono partito all’avventura in direzione della spiaggia consigliatami dal proprietario del noleggio. Mi fa: “Devi andare qui. Se non sei soddisfatto, vienimelo a raccontare quando torni dopo”. Disse il tizio, testuali parole. Un po’ gangster, ma ho apprezzato la self-confidence. Okay, fammi vedere di cosa sei capace. Ragazzi, aveva ragione lui. Praticamente si scende giù per un sentiero avvolto nei rovi e nei cespugli che manco la tana del Bianconiglio e… ta-daaan! Ci si ritrova al cospetto con l’immagine che io ho del paradiso. No, parole umane non possono descrivere quella baia.

Distese verdi e piantagioni sull’isola di Kohama. A destra, la caletta paradisiaca raggungibile attraverso il tunnel di cespugli.

P.S. La bici mi è costata suppergiù 1,000¥ per un paio d’ora (circa 8€). Ripeto: vi prego, noleggiate quella elettrica (che costa un pelo di più ma ci guadagnate in salute)!

Snorkeling con le tartarughe marine e i pesci tropicali

La mattina è volata via, e io mi sono dovuto incamminare nuovamente al porto per rientrare a Ishigaki. Il giorno prima, infatti, vedendo il cielo sereno al meteo, mi ero prenotato su Airbnb una mezza giornata di snorkeling insieme a Shiro-san e alle tartarughe marine! Shiro-san, la mia guida, è fantastico: oltre a essere un super esperto conoscitore della zona e amico delle tartarughe (solo tanto amore), è simpatico, divertente, paziente (vi fa milioni di foto e video sott’acqua, in tutte le salse) e parla un po’ inglese. Il tour con Shiro-san è iniziato verso le 13:30 e terminato per le 17:00 circa. In queste 3h:30 Shiro-san mi ha portato a guardare la barriera corallina, in mare aperto a nuotare con le tartarughe, giocare con pesci di ogni forma, colore e fantasia.

Nuotare con le creature del mare a Ishigaki. Grazie Shiro-san!

Poi siamo tornati a riva, ci siamo asciugati al volo e via su per una montagnetta per ammirare un panorama semplicemente mozzafiato! Non sono un grande scalatore, ma si tratta di una passeggiata di circa 10 minuti, a tratti un po’ impervia ma neanche troppo, e merita assolutamente. Questa esperienza, che dura un po’ meno di 4 ore, è costata 5,000¥ (circa 40€) tutto incluso: attrezzatura, guida, foto e video… Praticamente regalata, considerando la qualità dell’esperienza. Guardate qua! Insomma, una giornata da ricordare.

A sinistra io che faccio lo scemo con Shiro-san (a sua insaputa). A destra, il panorama dall’altura.

…Se invece possedete il brevetto da sub: Iriomote!

P.S. Io non ho il brevetto da sub, ma per le immersioni mi dicono che una delle isole più spettacolari è sicuramente Iriomote, che nella fattispecie è anche la più estesa dell’arcipelago (un pelino più grande di Ishigaki). Quasi il 90% della superficie dell’isola è ricoperta di vegetazione quindi è una sorta di isola-parco nazionale perfetta per: trekking, escursione in canoa tra le mangrovie e appunto immersioni subacquee. Non ci sono stato in questa occasione, ma la visiterò sicuramente la prossima volta!

Giorno 4 – Yonehara e Sunset Beach: due meraviglie di spiagge a Ishigaki

Mi raggiunge la mia amica Francesca e prendiamo la macchina per fare un giretto finalmente anche sull’isola di Ishigaki. Prenotata lì per lì, per 24h: 6,500¥ (circa 52€), ma sono convinto che sia possibile risparmiare con una programmazione anticipata (anche Edreams offre delle opzioni valide, mi dicono). Girare l’isola senza macchina è impensabile per via della grandezza e del fatto che il servizio di autobus che c’è sull’isola non è capillare a livelli soddisfacenti. Siamo andati prima alla spiaggia di Yonehara, consigliataci dalla nostra Guest House.

Yonehara Beach, isola di Ishigaki

Poi, dopo una bella giornata tra pesci blu metalizzato vicino la riva, scogli corallosi (occhio a non sgraffignarvi, io mi sono scartavetrato il piede) fondali vergini, ci siamo rimessi in moto per goderci il tramonto a… Sunset Beach (e dove, se no!). Ecco, ho capito perché la chiamano Sunset Beach. Lascio a voi ogni commento. Il caldo, la salsedine, il bagno al tramonto, il mare… il mare e ancora il mare. Io sono in love.

Sunset Beach, isola di Ishigaki

Giorno 5 – Hateruma, ovvero l’estremo sud del Giappone

Altra giornata meravigliosa di sole e d’azzurro. Che si fa? Porto, per forza! Stavolta sapevo dove andare. Decidiamo di tentare una traversata più importante, e compriamo il biglietto per l’isola di Hateruma. Un viaggetto di 60-90 minuti (a seconda del traghetto e della condizione del mare) alla volta di Hateruma: l’isola più a sud del Giappone! Biglietto a/r da Ishigaki per un adulto: 6,000¥ (circa 48€). Appena arrivati ci fiondiamo a noleggiare una macchina perché avevamo voglia di stare comodi e tranquilli. La macchina qui l’ho pagata circa 3,000¥ (circa 24€). Le distanze sono piuttosto ravvicinate. In realtà se si vuole andare solamente a Nishi Hama, la spiaggia (da sogno) che c’è vicino il porto, quella è raggiungibile anche a piedi. Noi però volevamo andare a visitare anche l’osservatorio con il monumento che dice “punto più a sud del Giappone”… quindi macchina.

“Hateruna blue”, un colore che non si spiega

Una cosa per volta. Il mare? No, vabbè. Una chilometrata di spiaggia bianchissima, mare blu di mille sfumature diverse che ti arriva alle caviglie che manco la tipa dei solari Bilboa (questa la capiscono in pochi mi sa). A proposito del colore del mare qui, c’è una parola in giapponese che indica proprio quel colore. Si dice “blu Hateruma” (波照間ブルー). Ci sarà un perché! Non ho parole per descriverne la bellezza.

Nishi Hama Beach, Isola di Hateruma

L’osservatorio della punta sud e “le colonne d’Ercole” giapponesi

L’osservatorio è a pagamento (500¥, circa 3€), ma a prescindere non so se ne valesse la pena. Non è che si salga poi tanto, saranno tre o quattro rampe di scale. A questo punto è molto meglio fare una passeggiata alla roccia monumento che indica il punto sud e osservare l’orizzonte infinito da lì. Noi, per non saper né leggere né scrivere, abbiamo fatto entrambe le cose!

L’estrema punta sud del Giappone, isola di Hateruma

Giorno 6 – Taketomi bis

Taketomi bis. Sì, perché era l’ultimo giorno e avevo voglia di riempirmi ulteriormente gli occhi e il cuore della bellezza delle viuzze, delle casette e del mare di Taketomi. La prima volta non avevo provato l’ebrezza di scorrazzare a bordo del carretto trainato dal bufalo, perché appunto sapevo che la marea sarebbe stata tiranna e non volevo rinunciare a una bella mattinata in spiaggia.

Going local: Il carro trainato dai bufali

Ho letto diverse reviews sull’esperienza su Tripadvisor, alcune meno entusiaste di altre, ma nel complesso è un’attività interessante. Effettivamente si tratta di un’attrazione turistica, oggigiorno, e la guida parla solo giapponese (non ho sentito di guide in inglese). Comprendo che il discorso animalista potrebbe influire sulla decisione. Mi sono posto anche io il problema, ma il mio ragionamento è stato che, nel bene o nel male, questo aiuta a sostenere l’economia locale. Inoltre i bufali sono tenuti con grandissima cura, gli isolani sono consapevoli del loro valore e del loro pregio.

Muretti in pietra e fiori a Taketomi. A destra: il caro bufalo che ci ha sopportati in giro per l’isola.

Insomma, gita per l’isola con la nostra guida (un simpatico vecchietto nativo di Taketomi) tra canti ed esibizioni allo shamisen. Fun fact: il signore parlava super veloce e con un accento talmente stretto che onestamente ho fatto moltissima fatica a stargli dietro e purtroppo mi sono perso parecchio della sua spiegazione. C’erano altri stranieri a bordo, ma loro non parlavano comunque giapponese e io ero un po’ incaricato di tradurre per loro ma stavo avendo delle difficoltà. Per un po’ ho cercato di resistere stoicamente, strizzando gli occhi e le orecchie che manco un cencio sullo stendipanni, poi mi sono arreso. Alzo la mano, mi scuso per l’interruzione e dico: “mi dispiace, potrebbe ripetere? Non ho afferrato il concetto”. Tempo tre millesimi di secondo e parte la ola dei giapponesi sul carretto: “Eh, ma infatti! Cos’è che ha detto? Mica ho capito!”… io a metà tra il divertito e il perplesso, sento un gocciolone di sudore attraversarmi la fronte. Nessuno aveva capito una beneamata mazza. Ci voleva il gaijin a rompere il ghiaccio… suppongo serviamo anche a questo. Ad ogni modo, la scena è stata esilarante, e alla fine, consultandoci tutti insieme, abbiamo compreso quello che il signore ci stava raccontando.

Torniamo a Ishigaki con l’ultimo traghetto (story of my life, io sempre a rincorrere “ultimi qualcosa”… treni, traghetti, aerei…) e stavolta senza subire furti da pennuti impertinenti e sprovveduti.

Il cuore traboccante di bellezza

Sono stati sei giorni pregni di bellezza. Per un po’ avrò il cuore in pace, ma sento che presto avrò bisogno di tornare nel meraviglioso arcipelago delle isole Yaeyama per rinfrescare questa sensazione.

Ci sono molti altri spot ben valutati e consigliati sul web, ma per ragioni di tempo non sono riuscito a incastrare tutto. Mi sarebbe piaciuto fare un salto a Kabira Bay ad esempio, o alle grotte di stalattiti. Per queste e altre esperienze, vi linko l’articolo di WarmCheapTrips che ne ha parlato in maniera molto esaustiva nel suo blog! Andate a dargli un’occhiata!

Un viaggio da sogno su misura per te!

Amanti delle immersioni, delle tartarughe marine e dei pesci pagliaccio. Alla ricerca di una vacanza più culturale, o magari solamente di un po’ di meritato relax in spiaggia. Mare sì, ma anche trekking in montagna o gita in canoa nella foresta di mangrovie. Alle Yaeyama ce n’è per tutti i gusti!

Se state valutando una tappa tropicale nel vostro prossimo viaggio in Giappone, Ishigaki e le isole Yaeyama sono una scelta assolutamente azzeccata! E’ un Giappone sicuramente diverso dal mainstream e altrettanto interessante, consigliatissimo soprattutto per chi magari ha già “spuntato” i giri canonici tra Tokyo e Kyoto.

Potete contattarmi qui per info & consultazioni sul vostro itinerario di viaggio personalizzato in tutto il Giappone! Ricordo che è anche possibile “prenotare” il sottoscritto come guida e accompagnatore per tutta la durata (o anche solo una parte) dell’esperienza.

Mata ne!

LA FORTUNA AIUTA GLI AUDACI

LA FORTUNA AIUTA GLI AUDACI

Diventare traduttori: un pizzico di fortuna… ma il traguardo è dei tignosi.

Diventare traduttori richiede passione e tradurre è sempre stato il mio sogno, sin da bambino. Volevo raccontare il Giappone e offrirlo così com’era, nudo e crudo, ai lettori italiani. Per poter arrivare a ciò era necessario tutto un percorso a monte che ha richiesto tempo, costanza e determinazione. Sicuramente anche un pizzico di fortuna, ma più di ogni altra cosa una sconfinata passione. La fortuna aiuta gli audaci, e certamente non guasta mai. Il treno potrebbe passare per chiunque, anche un po’ per caso, tuttavia se la materia prima scarseggia quel treno a vapore che si ciba di risorse non riuscirà ad alimentarsi a lungo, e ben presto finirà per arenarsi su un binario qualsiasi, abbandonato e dimenticato dal mondo. Ma soprattutto abbandonato da noi stessi nel nostro cassetto dei “tentativi falliti”. Un fuoco di paglia, insomma.

Diventare traduttori richiede anche tanta pazienza. Avere basi solide è il presupposto per mollare gli ormeggi e salpare. Lavorare sodo per ottenerle, è l’inizio del viaggio. Ci vuole tempo per acquisire un bagaglio di conoscenze linguistiche sufficienti, ci vuole tempo per impratichirsi con il lavoro e ci vuole tempo per farsi conoscere e farsi apprezzare. Io ho cominciato a tradurre più di dieci anni fa. All’inizio erano piccoli lavori senza seguito, e nella maggior parte dei casi anche piuttosto noiosi e ripetitivi: manuali di istruzioni, lettere di incarico, contratti, questionari… Insomma, un genere assolutamente rispettabile, al quale però non sono mai riuscito ad appassionarmi.

diventare traduttore

In termini prettamente economici, per me era poco più di un extra a tempo perso: traducevo volumi irrisori e comunque la paga era quello che era. Dovevo mantenermi (a Tokyo) e come tutti avevo bisogno di una certa sicurezza economica, quindi mi sono dedicato per diversi anni ad altri lavori decisamente più “stabili” e volendo più redditizi. Poco alla volta, però, e sempre a “tempo perso” (leggasi: “di notte invece di dormire”, perché con un impiego fulltime in un’azienda giapponese non è che ti rimanga molto tempo per il resto) ho iniziato a ricevere incarichi da traduttore un attimino più accattivanti dei manuali di istruzioni. Articoli di cultura, guide turistiche, canzoni. Questi lavori, valutati complessivamente in maniera positiva, hanno generato un minimo di passaparola.

Anche le mie esperienze lavorative aziendali, così come il mio network di relazioni personali, hanno contribuito a preparare il salto che sarebbe stato fondamentale per il futuro, ossia l’attuale presente, e così un bel giorno anche per me è passato il famoso treno. Mi è stato proposta la traduzione di un romanzo. L’occasione di una vita, la cosiddetta “botta di culo”, excuse my French. I tempi erano maturi: avevo gli strumenti, sufficiente esperienza ma soprattutto passione e una inesauribile voglia di riuscire. Così, le mani un po’ tremanti per l’emozione, ho messo in valigia tutto quello che avevo imparato nell’arco di circa dieci anni e ho ingranato la prima. Poi timidamente la seconda, quindi la terza. Poi ho mollato gli ormeggi, sono uscito in autostrada e adesso guai a chi mi ferma.

Io non sono nessuno. Sono ancora giovane, ancora relativamente nuovo in questo mondo e ho una montagna di cose da migliorare, imparare e correggere. Ma qualcosina la so, e agli aspiranti traduttori, quelli che hanno il fuoco che brucia dentro, vorrei dire di non scoraggiarsi. Serve tantissima pazienza e solide competenze, ma è la passione a fare la differenza tra chi si limita a consegnare un lavoro, e chi invece da via all’editore una traduzione come fosse un appendice del proprio corpo. Se si è stati in grado di gettare solide basi con perseveranza e dedizione, prima o poi il treno arriva. Il problema è che nella maggior parte dei casi gli aspiranti traduttori non sono disposti ad attendere il momento giusto e rinunciano prima. Posso capirne le ragioni, è stato lo stesso per me, ma quando si desidera davvero una cosa, gettare la spugna non è mai un’opzione.

Il peso dell’autorità di chi ha tradotto il Giappone prima di me e il mio senso di inadeguatezza mi avevano quasi convinto a desistere, ma al tempo stesso hanno anche funzionato da incentivo a crescere, a continuare a studiare, sperimentare, tentare sempre. Insoddisfatto e scoraggiato, tante volte ho pensato di rinunciare, ma nel lungo periodo è stata la pazienza (e la tigna!) a esser premiata. A questo punto mi correggerei: la fortuna aiuta gli audaci, ma solo i tignosi arrivano al traguardo.

C’è voluto del tempo, ma il sogno alla fine si è avverato.