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TRENT’ANNI DI BARAZOKU

TRENT’ANNI DI BARAZOKU

Il ruolo della rivista Barazoku nella formazione di una comunità LGBT in Giappone

Barazoku è la prima rivista del Giappone rivolta esclusivamente a un pubblico omosessuale. Viene fondata agli inizi degli anni ’70 da Itō Bungaku, un uomo (eterosessuale) con un incredibile sensibilità. Era un periodo particolarmente intenso a livello mondiale per la comunità LGBT, che da Stonewall in poi iniziò a reagire ai soprusi e alle violenze alzando la voce. La storia della comunità omosessuale giapponese si inserisce in questo contesto, ma in un Paese in cui la contestazione feroce e violenta non è mai contemplata in nessun ambito, la storia è stata diversa.

TRENT’ANNI DI BARAZOKU è il titolo del libro che ho scritto per raccontare ai lettori in Italia le dinamiche peculiari che hanno portato alla nascita della moderna gay community giapponese. Attualmente questo è l’unico libro in lingua italiana disponibile sull’argomento.

In primo piano il numero inaugurale di Barazoku (Settembre 1971).

La storia della formazione di una gay community giapponese è un’avventura che si è sviluppata sotto la superficiale dell’acqua. All’oscuro degli occhi della gente, e al tempo stesso lì, sugli scaffali delle librerie, compariva Barazoku. Non una semplice rivista, bensì la prima, quella che ha innescato il meccanismo che avrebbe portato nel corso del trentennio di pubblicazione alla nascita e all’affermazione di una gay community in senso moderno.

La rivista come prima piattaforma di interazione

Prima dell’avvento di Barazoku, al di là dei cinema a luci rosse, i parchi, i bagni pubblici e pochi altri escamotage più o meno leciti per incontrare altri omosessuali, in Giappone non erano molti i luoghi di incontro e socializzazione. La messa al bando del business della prostituzione nel 1957, ha favorito la prolificazione dei bar a tematica gay nel quartiere di Shinjuku Nichome, a Tokyo. Nell’arco di dieci anni, fino alla fine degli anni ’60, Nichome era diventata una roccaforte dell’intrattenimento per omosessuali. Tuttavia, questo non necessariamente corrispondeva alla creazione di ambienti di interazione, e soprattutto tagliava fuori tutti quelli che non abitavano nella metropoli.

Barazoku, per la prima volta, fornì alla disconnessa comunità omosessuale giapponese la possibilità di incontrarsi su una piattaforma inizialmente virtuale. Era “solo” una rivista ma la “Rubrica dei lettori” permise un fitto scambio di opinioni, sensazioni, gioie, dilemmi, emozioni. Un luogo, seppur astratto, in cui condividere esperienze e sviluppare un linguaggio comune, un sentire proprio a un gruppo definito. Barazoku ha dato il via alla formazione di una identità di genere omosessuale in Giappone, prima tramite le pagine della rivista, poi organizzando il primo incontro fisico, nel 1974, tra i lettori della rivista. Non una semplice festa, bensì il primo evento che ha riunito nella stessa stanza più di cento omosessuali giapponesi.

La “Rubrica dei Lettori” era l’angolo dedicato alle lettere con cui i lettori potevano entrare in contatto gli uni con gli altri.

Il ruolo sociale della rivista

In un’epoca in cui le comunicazioni scorrevano a velocità ben più analogica, Barazoku ricoprì un ruolo fondamentale nell’informare e nel tenere insieme la comunità omosessuale giapponese. La notizia relativa alla scoperta del virus dell’HIV, che sconvolse il mondo intero, fu gestita in maniera a dir poco grottesca in Giappone. Il Governo mise in atto un’opera di insabbiamento della verità per camuffare i risvolti tragici di un proprio errore imperdonabile e far così tornare i conti a proprio vantaggio. Ma in tutte le catastrofi c’è bisogno di un capro espiatorio. Vi lascio immaginare com’è andata la storia.

Il libro di Barazoku

・Come erano concepite tradizionalmente le relazioni omosessuali nel Giappone?
Da dove origina la comunità LGBT giapponese?
・In che contesto è nata Barazoku? Chi l’ha fondata?
・Che tipo di supporto ha offerto la rivista e come ha contribuito alla formazione di una gay community?

TRENT’ANNI DI BARAZOKU” è il primo (e unico) libro in lingua italiana sulla formazione di una comunità omosessuale in Giappone. vi svelerà tutti i retroscena, le dinamiche, la fortuna e gli scandali di questa avventura. Un saggio storico di ambito socio-culturale ricco di immagini, testimonianze ed estratti (sia in giapponese che in italiano) dei contenuti della rivista. Contiene un’esclusiva intervista a Itō Bungaku, fondatore di Barazoku con cui ho tuttora il piacere di trascorrere piacevolissimi pomeriggi davanti a una tazza di tè.

“TRENT’ANNI DI BARAZOKU”, disponibile su Amazon sia in versione cartacea che Kindle.

Spero di avervi invogliato a scoprirne di più. Chi mi segue già su Instagram lo sa che parlo spesso di cultura LGBT giapponese. Questo testo ne racchiude l’essenza e le radici.

Buona lettura… e se vi andrà attendo le vostre recensioni!

MATRIMONI LGBT… MA NON TROPPO

MATRIMONI LGBT… MA NON TROPPO

L’importanza del matrimonio nella società giapponese

Come molte altre culture nel mondo, il Giappone riserva un ruolo assai importante alla continuazione della linea genealogica di derivazione maschile. Seppur con le dovute eccezioni e considerando i massicci mutamenti a cui la struttura tradizionale della società e della famiglia giapponese è andata incontro dal dopoguerra in poi, tutt’oggi gli studiosi di sociologia concordano nel riconoscere grande importanza al concetto di “primogenito maschio” e “continuità lineare della famiglia”. In questo contesto culturale l’importanza del matrimonio gioca un ruolo fondamentale e, inevitabilmente, rappresenta per gli omosessuali giapponesi un ostacolo arduo da superare o aggirare. Una dinamica a cui soccombere in mancanza di altre opzioni al di fuori del coming out pubblico o di altre soluzioni ben più drastiche quali anche il suicidio. Da qui l’esigenza di torvare una scappatoia, nei matrimoni di facciata.

Attualmente il Giappone si sta aprendo a stili di vita più diversificati, e la singletudine, così come l’omosessualità, stanno diventando scelte sempre più comuni e accettate anche a livello sociale. Tuttavia, fino a tempi recentissimi, una buona fetta della popolazione omosessuale avrebbe abbracciato l’alternativa dei matrimoni di facciata pur di seguire alla lettera il copione. Cedere alle obbligazioni sociali e optare per i matrimoni etero-normativo di facciata equivale a sofferenza. D’altronde, non sposarsi affatto equivarrebbe a infrangere una serie di responsabilità sociali nei confronti dei propri genitori e della società in senso ampio, che con ogni probabilità avrebbero potuto condurre all’isolamento dell’individuo in società. In alcune aree del Paese, questa scelta è ancora praticata a tutt’oggi.

Attivismo LGBT in Giappone per l'uguaglianza dei diritti
Attivismo LGBT in Giappone per l’uguaglianza dei diritti

Una fitta rete di norme sociali uniformanti

La società giapponese non è particolarmente nota per gli atti di violenza fisica. Se di “violenza” si può parlare, non è da intendersi nella forma di un’aggressione fisica bensì in una più sottile forma psicologica. La società in Giappone impone agli individui rigidi schemi comportamentali costituiti da doveri e obblighi nei confronti dell’Altro. Queste obbligazioni si intrecciano vicendevolmente in una rete fitta di relazioni particolarmente vincolate e vincolanti, e chi non fosse in grado di rispondere alle aspettative potrebbe pagarne lo scotto con l’esclusione dalla vita sociale attiva. Al fine di mantenere l’armonia della società, lo status quo all’interno del Paese, l’atteggiamento nei confronti dell’omosessualità fino all’inizio degli anni ’80 circa è stato caratterizzato dalla pressocché totale indiffferenza. Una sorta di negazione della sua presenza, che rimaneva ad ogni modo in sordina anche per interesse degli omosessuali stessi.

Per evitare confronti aperti e attriti sul piano dell’ordine pubblico la società sceglie una strategia in base alla quale non sussistono incongruenze. Lo stile di vita “corretto” rimane tale, e altri eventuali stili di vita considerati meno legittimi e “goliardici” devono essere gestiti diversamente. Ci si deve assicurare che l’eventuale incongruenza, il “problema”, rimanga relegato all’interno degli appositi confini ad esso preposti. Questi confini, sia fisici che astratti, sono rappresentati dai quarteri dell’intrattenimento gay come il quartiere di Nichōme a Shinjuku,o dall’immagine sostanzialmente stereotipata dell’omosessualità diffusa dai mezzi di comunicazione.

L’omosessualità negli anni ’70 e i matrimoni di facciata

La posizione predominante nel Giappone degli anni ’70 era quella di un “silenzio assenso” tra le autorità pubbliche, gli organi di censura e i dipartimenti interposti. Di comune accordo facevano del loro meglio per insabbiare la presenza pubblica dell’omosessualità, e addirittura la stessa comunità omosessuale preferiva di gran lunga una situazione di calma apparente in cui poter sfogare le proprie passioni in tranquillità relegandole a una dimensione rigorosamente privata senza dare in alcun modo nell’occhio.

Per tutte queste ragioni, erano e sono tutt’ora parecchi i casi di matrimoni di facciata volti a soddisfare l’immagine di superficie. Anche il desiderio di una famiglia con dei figli contribuì a incentivare questo meccanismo. In alcuni casi gli uomini gay, che si trattasse di un matrimonio combinato o meno, finivano per sposarsi con donne per lo più ignare delle preferenze di questi ultimi. Questa situazione ovviamente finiva per generare insoddisfazione e depressione tanto negli uomini che nelle malcapitate. Molti omosessuali ne erano consapevoli. Per risparmiare quelle donne innocenti da una vita di sofferenza e mediocrità, cercarono di ingegnarsi per trovare una scappatoia.

Matrimoni di facciata

Barazoku e la rubrica “L’angolo del matrimonio”

La soluzione arrivò grazie all’intervento di Barazoku, la prima rivista del Giappone rivolta esclusivamente a un pubblico omosessuale fondata nel 1971. Sin dai primi anni di vita di Barazoku iniziarono a pervenire presso la casa editrice richieste sia da parte di lettori gay sia di lettrici lesbiche, affinché si potesse entrare in contatto con una persona del sesso opposto. Inscenare matrimoni di facciata avrebbe permesso di adempiere al protocollo imposto dalla società senza tuttavia assumersi il peso di una relazione “reale” che implicasse rapporti sessuali indesiderati e una forzata affettività. In questo modo la Tribù delle Rose avrebbe potuto salvare le apparenze e al tempo stesso condurre una vita semi-libera evitando di coinvolgere individui innocenti. Fu così che nel 1981 si inaugurò sulle pagine di Barazoku il kekkon kōnā  結婚コーナー (L’angolo del matrimonio.

Alcuni degli annunci che si leggono nel kekkon kōnā del numero di aprile del 1981:

Da un po’ di tempo sono afflitto dalla questione del matrimonio. Se qualcuno mi comprende, se qualche ragazza è in difficoltà per lo stesso problema o se avete un’amica del genere, per favore scrivetemi. Che ne dici di impegnarci e costruire, noi due, una famiglia solare in cui si possa parlare liberamente di qualsiasi argomento? 174 x 67, sono un libero professionista di 32 anni, solare e dotato di senso dell’umorismo.

Ōsaka, Moriguchi – Matrimonio
La rubrica "L'angolo del matrimonio" nella rivista Barazoku
La rubrica “L’angolo del matrimonio” nella rivista Barazoku

Il Pride Month sta per giungere al termine, ma continuate a seguirmi per tanti altri spaccati di cultura LGBT in Giappone. Inoltre vi annuncio che alla fine di giugno, con la conclusione di questo mini progetto, ci sarà una sorpresa per voi (spero gradita!).

A presto!