LA RICERCA DEL LAVORO IN GIAPPONE

LA RICERCA DEL LAVORO IN GIAPPONE

In questo post racconterò come avviene la ricerca del lavoro in Giappone. Conoscendo nel dettaglio l’efficienza di questo sistema si può capire perché il tasso di disoccupazione giovanile giapponese sia tanto basso. Racconterò cosa significhi per un giapponese neolaureato cercare un lavoro, e in cosa consista questo percorso che porta alla lettera di assunzione. Non mancherò di includere anche alcune mie riflessioni personali sui risvolti più oscuri di questo processo, che ho avuto modo di sperimentare in prima persona. Premetto che esistono anche altre modalità, meno estreme e più “internazionali”, di cercare lavoro in Giappone ma in questa sede parlerò dell’iter considerato “standard”. Buona lettura!

I numeri dicono tanto (ma non tutto)

Tanto per cominciare, un’occhiata ai numeri. Disoccupazione giovanile tra il 3.6% e il 3.8% a fronte di un tasso generale di disoccupazione nazionale che oscilla intorno al 2.4% (2019). Ergo: in Giappone c’è lavoro, e pure parecchio. Ma forse non si tratta solamente di quantità di posti di lavoro: l’alto tasso di occupazione va interpretato anche in funzione del peculiare sistema di recruiting. La ricerca del lavoro in Giappone avviene infatti secondo un sistema tanto rigido quanto efficiente.

ricerca del lavoro in giappone
La “corsa” al posto migliore.

Come inizia la ricerca del lavoro in Giappone?


La ricerca del lavoro in Giappone non consiste solamente nello stampare decine di CV e distribuirli tipo stelline ninja alle aziende, oppure spammare l’indirizzo e-mail delle risorse umane indirizzandosi a chi di competenza e attendere “la chiamata”. No. Tanto per cominciare bisogna creare un profilo su determinati motori di ricerca specializzati nella raccolta di inserzioni di lavoro, come Rikunabi, Mynavi, Recruit o Indeed solo per citare i più famosi. Questi motori di ricerca raggruppano le offerte di tutte le aziende (principalmente giapponesi ma non solo), che assumono sul territorio nazionale. I suddetti motori di ricerca sono praticamente gli unici luoghi da cui è possibile accedere alle inserzioni di lavoro per alcune specifiche aziende, tra cui i grandi colossi.

Ricerca del lavoro in Giappone: le tempistiche

Una volta creato il proprio profilo accademico e all’occorrenza professionale (questo nel caso di un chūtosaiyō 中途採用, ossia di un cambio di lavoro) si è in grado di iniziare il processo di ricerca. Qui è necessario porre il primo asterisco: diversamente dall’Italia, la ricerca del lavoro in Giappone massiccia, quella in cui viene assegnato il grosso dei posti disponibili, non avviene durante tutto l’arco dell’anno. Le cose stanno cambiando di anno in anno, ma ancora esistono delle stagioni di reclutamento stabilite a livello nazionale i cui termini sono piuttosto rigorosi. Senza menzionare poi il fattore età. Chiaramente c’è chi prosegue gli studi universitari di base e frequenta master, dottorati di ricerca e così via, ma a onor del vero la maggior parte degli studenti universitari giapponesi inizia a lavorare immediatamente dopo il Bachelor. Quindi anche l’età dei partecipanti al processo di selezione è piuttosto omogenea, e oscilla tra i 20-21 anni.

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Studenti al terzo anno di università in lizza per conquistare un posto nelle migliori aziende.

Durata del processo di ricerca del lavoro in Giappone

Perché? Il processo di ricerca di un lavoro (il cosidetto shūshokukatsudō 就職活動 abbreviato per praticità in shūkatsu 就活) non inizia in coincidenza con la laurea, bensì circa un anno e mezzo prima della laurea stessa. L’anno accademico inizia in aprile e in linea di massima tutti gli studenti giapponesi si laureano a fine marzo, al termine del quarto anno di iscrizione. Non esistono in linea di massima eccezioni a questa regola. Dunque, lo shūkatsu inizia in genere verso l’autunno del penultimo anno di università (il terzo, quindi) e prosegue fino alla primavera inoltrata (in alcuni casi anche giungo, luglio) dell’anno seguente. Se tutto va bene il processo dura circa 5-6 mesi e corrisponde al periodo a cavallo tra il terzo e il quarto anno accademico. Al termine di questo processo, verso maggio o giugno, si sarà ottenuto un lavoro il cui inizio è previsto per il primo aprile dell’anno seguente, in modo da iniziare a lavorare praticamente il giorno successivo alla laurea, aenza pause. Insomma, tirando le somme, da quando si inizia a cercare un lavoro a quando si inizia effettivamente a lavorare passano circa sedici mesi. Di questi sedici mesi, circa sei vengono dedicati completamente alla riuscita dello shūkatsu e i restanti dieci servono ufficialmente a terminare gli eventuali esami e a scrivere la tesi. Ma la verità è un po’ diversa: in genere ne approfittano tutti per godersi un po la vita, consapevoli che una volta diventati shakaijin 社会人(letteralmente “persone della società”, ossia lavoratori) le cose cambieranno nettamente.

Lo shūkatsu, passo per passo

Vediamo più da vicino in cosa consiste lo shūkatsu, ossia il processo di ricerca del lavoro in Giappone. “Si tratta di fare colloqui di lavoro, no?”, direte voi. Piano, non c’è fretta… procediamo con calma. Anzi, il colloquio in sé è forse l’ultima tappa del processo. Innanzitutto bisogna selezionare le aziende di interesse tramite i motori di ricerca menzionati precedentemente.

Setsumeikai: le giornate di presentazione

Come prima cosa ci si deve iscrivere alle setsumeikai 説明会 (giornate di presentazione delle single aziende) e inizia così il processo. Si partecipa alla setsumeikai dell’azienda X insieme a tutti gli studenti (rigorosamente tutti nella stessa fascia di età) provenienti da tutto il Giappone, interessati a essere assunti da quella azienda. L’iter può cambiare a seconda dell’azienda, ma in linea di massima segue, dopo la setsumeikai, un test della personalità.

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Le giornate in cui le singole aziende si presentano ai candidati da tutto il Paese.

I test scritti

Immaginate un aula piena di studenti (tutti rigorosamente in giacca e cravatta o in tailleur) che ascoltano una voce registrata leggere tre domande al minuto per un totale di circa cinquanta questiti (il tutto in giapponese ovviamente) alle quali rispondere scegliendo “Mi riguarda”, “Mi riguarda poco”, “maancheno”, ecc. In un’altra giornata, o anche durante la stessa, a volte, si viene sottoposti al test scritto: SPI. Tre materie principali vengono testate: giapponese, calcolo e logica. Chi supera i test scritti (idoneità al test psicologico e all’SPI) accede alla fase di selezione del curriculum e di eventuali altri documenti (lettere motivazionali, ecc) richiesti da azienda in azienda.

Il CV in Giappone: modalità di compilazione e contenuti

… questa è la parte che preferisco: il CV (o rirekisho 履歴書). Quando racconto di questa usanza agli stranieri, rimangono sempre tutti abbastanza di sasso. Il CV per la ricerca del lavoro in Giappone deve essere rigorosamente a mano compilando l’apposito formato e spedendito per posta ordinaria. È d’obbligo allegare la propria fotografia (che deve rispondere a determinati standard) e i contenuti da inserire, come indicato nel template, riguardano: 1) il proprio percorso di studi, 2) le certificazioni che si posseggono, 3) hobby e interessi, 4) la propria motivazione al lavoro e uno spazio in cui promuovere se stessi per la posizione in questione. Questo è il modulo di base per tutti, specialmente i neolaureati privi di esperienze lavorative. A parte, invece, per chi stesse cercando di cambiare lavoro, esiste un altro form chiamato shokumu keirekisho 経歴書 in cui bisogna elencare nel dettaglio le esperiene lavorative pregresse.

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Il mio CV, rigorosamente scritto a mano.

La sfilza di colloqui fino alla “promessa di assunzione”

Se anche questo step viene superato si accede alla fase dei colloqui. Prima di gruppo, poi individuali, per un totale di circa tre o quattro sessioni in tutto. Il superamento dell’ultimo colloquio con i mega vertici in genere determina il “sì” o il “no” per l’assunzione. Per essere precisi, il naitei 内定(“decisone interna”, una promessa informale di assunzione, che viene formalizzata in un secondo momento). Moltiplicate ora tutto questo processo per almeno una trentina di aziende (il numero di aziende che gli studenti giapponesi selezionano in media per essere certi di ottenere almeno un naitei), ecco che i sei mesi di shūkatsu sono una griglia fitta fitta di impegni, tanto da poter considerare la ricerca del lavoro in Giappone un vero e proprio lavoro a tempo pieno di per sé.

Luci e ombre dello shūkatsu

Il sistema della ricerca del lavoro in Giappone, nella sua innegabile complessità, presenta luci e ombre. Può essere tacciato di eccessiva severità e rigidità (e lo è, garantisco!) ma d’altro canto è un metodo efficiente che 1) smuove l’economia nazionale in maniera considerevole (l’abbigliamento per lo shūkatsu, il trucco per lo shūkatsu, le spese di trasporto fino alle sedi delle aziende da tutti gli angoli del Paese, i pasti consumati fuori casa, l’acquisto dei CV da compilare e dei manuali di preparazione all’esame scritto, e così via) e che 2) garantisce quasi con certezza a tutti i neolaureati giapponesi di ottenere un posto di lavoro, discretamente retribuito e con concrete prospettive di assunzione a tempo indeterminate.

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Gruppo di studentesse in pausa tra una Setsumeikai e la seguente.

Un sistema efficiente ma non perfetto.

Vorrei aprire una parentesi relativamente al quasi di qualche linea in alto. Purtroppo il sistema non è perfetto al 100% e ovviamente buona parte dell’esito del processo dipende dai singoli candidati, un aspetto che il sistema per la ricerca del lavoro in Giappone non può controllare fino in fondo. Una percentuale, seppur minima, di studenti non esce vincitrice dalla battaglia efferata dello shūkatsu. I mesi passano senza ottenere il tanto agognato naitei e la stagione di reclutamento si conclude con un insuccesso. Lo studente che non ottiene alcun naitei entro luglio, non ha altra scelta se non attendere dicembre e ricominciare da capo l’intero processo, perdendo un anno rispetto ai suoi coetanei e diventando ryūnensha 留年者 (ossia coloro i quali non hanno trovato un lavoro nei tempi prestabiliti e al contempo non essendo più studenti “perdono il treno” rimanendo temporaneamente incastrati in un limbo scomodo). Un processo più o meno standard per l’italiano medio “fuori corso”, ma decisamente raro e poco auspicabile in Giappone.

Risvolti drammatici della ricerca del lavoro in Giappone

Esiste un risvolto drammatico – e uno ancora più drammatico – a tutta questa vicenda. Il ryūnensha, nei mesi di attesa prima della nuova stagione di reclutamento è tenuto comunque a tornare in università per continuare la tesi e il resto delle pratiche. Presentarsi sconfitti in università può essere molto difficile. Tra gli studenti di quell’età, nei mesi successivi alla fine dello shūkatsu, l’argomento più comune è proprio dove si lavorerà dall’aprile dell’anno seguente. Non avere ottenuto un posto di lavoro è una verità dolorosa, complicata da accettare e da confessare, all’interno di una società omogenea che si muove insieme e che tiene in grande considerazione i vari step della vita, traguardi da raggiungere al momento opportuno. Convivere con un fallimento del genere porta la maggior parte dei ryūnensha a evitare il discorso e quindi a nascondersi dalla società. I più ottimisti dopo un periodo di comprensibile abbattimento si riprendono e tornano sul campo di battaglia l’anno seguente. I più negativi, purtroppo, non vedono via d’uscita e incappano in problemi di consistente spessore come depressioni e fobie. Altri, una minoranza per fortuna, lasciano questa vita per sempre.

La ricerca e l’ottenimento di un posto di lavoro rappresentano un punto cruciale della vita di ogni giapponese, che corrisponde al passaggio dalla precedente condizione di “studente” a quella di “persona della società”. Raggiunto questo nuovo status, sulle spalle dell’individuo viene scaricata una serie di nuovi obblighi e responsabilità. L’indipendenza economica reca con sé certamente il godimento di un nuovo assetto di privilegi, ma nel complesso sono più i doveri che i diritti. O meglio, più i doveri che i piaceri. Il processo di ricerca del lavoro in Giappone, lo shūkatsu, potrebbe essere paragonato a un rito di iniziazione a tutti gli effetti, il quale sancisce per ciascun giapponese la promozione (o la bocciatura) al gradino successivo della “scala evolutiva” in quanto animali sociali all’interno della società giapponese.

Qui trovate il link alla prima LIVE di Instagram sul tema “La ricerca del lavoro in Giappone” insieme alla mitica Fabiana Andreani, esperta in orientamento al mondo del lavoro e carriera.

Matrimoni gay in Giappone: un grande passo verso l’uguaglianza

Matrimoni gay in Giappone: un grande passo verso l’uguaglianza

Negare il riconoscimento dei matrimoni gay in Giappone è incostituzionale

Lo scorso 17 marzo 2021 il tribunale di Sapporo, Hokkaido, ha acceso di speranza la comunità LGBT giapponese con una storica sentenza. La corte del tribunale distrettuale, presieduta dal giudice Tomoko Takebe, ha infatti dichiarato incostituzionale il rifiuto di riconoscere i matrimoni gay in Giappone.

Un po’ di background. L’antefatto alla sentenza di Sapporo

Il 14 febbraio 2019 tre coppie LGBT residenti in Hokkaido (2 coppie di uomini e 1 di donne), hanno avviato un’azione legale congiunta contro il governo giapponese. La denuncia scaturisce dalla mancata approvazione della loro richiesta di matrimonio, consegnata alle istituzioni il mese di gennaio dello stesso anno. La tesi è di incostituzionalità del Codice civile(民法)e del Family Register Act (戸籍法) la cui interpretazione non permette ad oggi i matrimoni gay in Giappone.

Cause attive riguardanti i matrimoni gay in Giappone

Attualmente le cause intentate al governo per il mancato riconoscimento dei matrimoni gay in Giappone, ammontano a 28. Sono sparse in tutto il Paese da Tokyo a Osaka, Fukuoka, ecc. La sentenza del tribunale di Sapporo è la prima a giudicare incostituzionale questo rifiuto e segna perciò un traguardo storico.

Le richieste dei querelanti

La causa intentata dalle tre coppie verte su due punti:

1) L’incostituzionalità del Codice civile e del Family Register Act

2) La richiesta di risarcimento di 1 milione di yen (circa 8.000 Euro) a testa per i danni morali e psicologici subiti a seguito dell’impossibilità di unirsi in matrimonio

Gli articoli della Costituzione incriminati

La tesi sostenuta dai querelanti è che, stando all’articolo 24 della Costituzione giapponese, “il matrimonio sussiste con il consenso di entrambi i sessi”(婚姻は、両性の合意のみに基いて成立). Questo non precluderebbe i matrimoni gay, ma sarebbe da intendere come un’unione tra adulti consenzienti. Inoltre questo genere di discriminazione basata solo sull’orientamento sessuale, rappresenterebbe una violazione dell’articolo 14 della Costituzione, che stabilisce l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti la legge. Si ritiene violato anche l’articolo 13 che ha lo scopo di garantire il diritto alla felicità e alla realizzazione personale di tutti i cittadini.

Il risultato della sentenza

Vittorie…

Impedire a due persone di unirsi in matrimonio solo sulla base del loro orientamento sessuale, qualcosa che l’individuo non ha la facoltà di scegliere né cambiare, è da considerarsi un trattamento discriminatorio.

Sapporo, Tribunale distrettuale (17 marzo 2021)

La vittoria storica di cui parliamo è quella relativa al punto 1) ossia l’incostituzionalità della negazione del matrimonio alle coppie LGBT. La sentenza del tribunale distrettuale di Sapporo afferma che il rifiuto di unire in matrimonio due individui dello stesso sesso viola la il concetto di “uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge” come stabilito dall’articolo 14. Inoltre, “impedire a due persone di unirsi in matrimonio e di godere dei benefici da esso derivanti solo sulla base dell’orientamento sessuale, qualcosa che l’individuo non ha la facoltà di scegliere né cambiare, è da considerarsi un trattamento discriminatorio” e pertanto in opposizione a quanto affermato dalla Costituzione stessa.

「性的指向は人の意思で選択、変更できない。同性愛者が婚姻によって生じる法的効果の一部すら受けられないのは、立法府の裁量の範囲を超えた差別的な扱いだ」

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17 marzo 2021, Tribunale distrettuale di Sapporo. “Marriage For All Japan” festeggia la sentenza

..e anche sconfitte.

La Corte Suprema ha tuttavia rifiutato di riconoscere come incostituzionale gli articoli 24 e 13. L’articolo 24 della Costituzione giapponese parla di entrambi i sessi interpretando il concetto come “uomo e donna” e pertanto “i matrimoni gay non sono contemplati”. Se l’articolo 24 della Costituzione, specifico sul matrimonio, non è stato ritenuto problematico da un punto di vista giuridico, non può essere considerato incostituzionale neanche l’articolo 13, dai contenuti molto più generici. Il matrimonio è interpretato come un vincolo legale stipulato da “entrambi i sessi” con lo scopo di costituire un nucleo famigliare (fūfu 夫婦) e generare figli (articolo 89 del Codice civile, 1896, e articolo 224 del Family Register Act, 1947). Testi nati in uno specifico periodo storico in cui l’omosessualità era considerata una malattia.

Leggi anche l’usanza dei matrimoni di facciata in Giappone.

Per quanto riguarda la richiesta di risarcimento, invece, lo Stato non ha riconosciuto fallace la mancanza di un’azione legale tempestiva da parte degli organi legislativi competenti. Il discorso sulla legalizzazione dei matrimoni gay in Giappone è iniziato solo nel 2015 e la sentenza di Sapporo è a tutti gli effetti la prima a deporre a favore della causa. Rifiutando l’accusa di negligenza, la Corte Suprema ha respinto la richiesta.

La conferenza LIVE di “Marriage For All Japan”

Il 25 marzo si è tenuto in diretta sul canale Youtube dell’associazione Marriage For All Japan, impegnata da sempre nel riconoscimento del diritto di matrimonio alle coppie LGBT giapponesi, una conferenza di presentazione della storica sentenza. Alla conferenza, che si è svolta presso la aule della Dieta nazionale del Giappone, hanno partecipato esponenti del governo, politici di vari partiti oltre che i rappresentanti dell’associazione Marriage For All Japan e una folta schiera di giornalisti.

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Alcuni membri di “Marriage For All Japan”. All’estrema destra, uno degli avvocati di punta dell’associazione, Takeharu Kato

Ho seguito la conferenza live (che è durata due ore e mezza, sforando di mezz’ora il programma inziale per la ricchezza dei contenuti). Tra tutti gli interventi, carichi di valore politico, legale o emozionale che sia, vorrei sottolineare soprattutto la precisione e la lucidità dell’esposizione dell’avvocato Takeharu Kato. Kato, rappresentante legale di Marriage For All Japan, ha esposto la panoramica della vicenda e i suoi possibili risvolti con estrema chiarezza.

Matrimoni gay e l’opinione pubblica giapponese

Dal 2015, anno in cui la circoscrizione di Shibuya ha introdotto per prima in Giappone il sistema della certificazione di partnership per le coppie LGBT, sono stati condotti nel Paese sondaggi sull’opinione pubblica in merito alla questione dei matrimoni gay.

Il primo sondaggio del 2015 sui matrimoni gay in Giappone

Il sondaggio del 2015 ha preso in esame un campione di 2600 persone (1259 le risposte valide) di entrambi i sessi dai 20 ai 79 anni di età. Alla domanda: “Sei favorevole ai matrimoni gay?” ha risposto in maniera affermativa (“Favorevole” e “Abbastanza favorevole”) il 51.1% degli intervistati. Il 71% dei soggetti tra i 20 e i 30 anni hanno risposto in maniera favorevole, e all’aumentare della fascia d’età aumentavano anche i pareri contrastanti (24.2% per gli ultra settantenni).

Molti degli intervistati hanno inoltre risposto che non sarebbero contenti se uno dei propri figli fosse omosessuale (46%) o se lo fosse uno dei propri fratelli (38%). Nonostante i pareri sostanzialmente favorevoli ai matrimoni gay, erano ancora forti i pregiudizi e l’attaccamento all’idea di famiglia tradizionalmente intesa.

Il secondo sondaggio del 2019 sui matrimoni gay in Giappone

Un secondo sondaggio si è svolto nel 2019 su un campione effettivo stavolta di 2632 individui di ambo i sessi e fasce d’età miste. La percentuale degli intervistati che si è detta favorevole ai matrimoni gay è aumentata al 64.8% registrando l’80% tra i giovani di 20-30 anni. Inoltre la percentuale di tutte le risposte negative (“Non sarei content* se qualcuno dei miei vicini/ colleghi/fratelli/ figli fosse gay) è sensibilmente diminuita. Si riscontra un’incidenza maggiore tra le donne rispetto agli uomini intervistati, specialmente tra la fascia d’età dei 40-50 anni.

La legge contro la discriminazione: Equality Act Japan

Qualche tempo fa ho condiviso sul mio profilo Instagram la campagna Equality Act Japan, una campagna internazionale di raccolta firme per l’introduzione in Giappone di una legge antidiscriminatoria volta a garantire l’uguaglianza dei cittadini LGBT.

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Il comitato organizzatore della campagna “Equality Act Japan” alla consegna delle firme

La campagna raccolta firme di Equality Act Japan

La campagna Equality Act Japan è stata lanciata e coordinata da tre enti che hanno lavorato insieme creando eccezionali sinergie. Si tratta di Japan Alliance for LGBT Legislation, Human Rights Watch e Athlete Ally.

La raccolta firme si è tenuta nel periodo dal 15 ottobre 2020 al 21 febbraio 2021. L’esito della campagna è stato ufficialmente presentato in una conferenza LIVE presso la Dieta nazionale nella mattinata del 25 marzo. Proprio lo stesso giorno in cui Marriage For All Japan ha presentato il resoconto della vittoria storica riportata a Sapporo.

Un atteggiamento discriminatorio basato esclusivamente sull’orientamento sessuale non è ammissibile.

Primo Minostro, Yoshihide Suga

In tutto sono state raccolte 106,250 firme consegnate ai rappresentati del governo e al direttivo dei giochi olimpici. Il comitato rappresentativo dell’iniziativa afferma che il Giappone, in quanto Paese ospitante dei giochi olimpici, ha il dovere e la responsabilità di garantire la sicurezza e il benessere degli atleti. Urge pertanto l’istituzione di una legge contro la discriminazione delle persone LGBT.

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Firme raccolte in occasione della campagna internazionale “Equality Act Japan”

La campagna ha sortito reazioni di speranza. La prefettura di Mie, per prima in assoluto, ha approvato una legge che viete l’outing e la discriminazione dei cittadini LGBT.

Inoltre, all’interrogativo posto al Primo Ministro Suga, circa l’inadeguatezza del Giappone a ospitare la olimpiadi senza una legge adeguata contro la discriminazione delle minoranze sessuali, Suga risponde: “Un atteggiamento discriminatorio basato esclusivamente sull’orientamento sessuale non è ammissibile”.

Per concludere, ma non troppo…

Il Giappone è l’unico paese del G7 a non riconoscere i matrimoni gay né la protezione legale delle persone LGBT dalla discriminazione.

La questione dei matrimoni gay e la salvaguardia dei diritti dei cittadini LGBT è un tema caldo in continua evoluzione. Questo articolo verrà costantemente aggiornato.

Dietro le quinte di Tokyo Revengers

Dietro le quinte di Tokyo Revengers

Cos’è Tokyo Revengers? Che sfide sono state affrontate in fase di traduzione? E com’è accolto in patria Tokyo Revengers? Ve ne parlo qui!

Baby gang, viaggi nel tempo e amore

Avete mai pensato a cosa succeda un istante prima di morire?

Si dice che un flash ci attraversi la mente, i ricordi, mostrandoci tutta la nostra vita, come in una pellicola cinematografica che si esaurisce in un batter di ciglia. Ci si aspetterebbe un flashback glorioso, i momenti più epici della nostra esistenza. Ma chi può dirlo?

Anche Takemichi, in stazione, scivolato dalla banchina e precipitato sui binari poco prima dell’arrivo del treno, pensava che fosse arrivata la fine. Si aspettava il proprio edificante flashback, ma le sue aspettative furono tradite da quello che accadde subito dopo.

La missione di Takemichi

La tediosa esistenza di Takemichi, un giovane ragazzo di ventisei anni senza voglia di lavorare o particolari ambizioni nella vita, con un passato da teppista e tanti fallimenti alle spalle, viene sconvolta da una news improvvisa al TG. Hinata, l’unica fidanzata che abbia mai avuto in vita sua, era morta in un incidente violento nel bel mezzo di un matsuri. Erano anni che non la vedeva, ma forse il ricordo di Hinata non aveva mai lasciato i suoi pensieri.

Ed è così che Takemichi, accasciato sui binari del treno, viene catapultato indietro nel tempo di ben dodici anni. Invece di morire travolto dal mezzo, si ritrova adolescente, biondo ossigenato, in compagnia dei suoi amici storici con indosso l’uniforme scolastica adattata secondo la moda dell’epoca alla maniera dei baby gangster delle medie. A tutto c’è una ragione, e così Takemichi inizia il suo andirivieni tra passato e presente con una missione chiara davanti a sé.

Tokyo Revengers è un manga shonen suggestivo e di grande suspense che tocca diversi generi spaziando dalla tematica “gangster”, a quella del manga di fantascienza. Una storia di baby gang e di adolescenza, di scazzottate e vendette, ma anche di onore e codici non scritti, di emarginazione sociale e disagio, di viaggi nel tempo e crescita personale.

Il primo manga non si scorda mai

Ora, non lo sbandiero spesso ai quattro venti come faccio con le indiscutibili meraviglie del genere shojo, ma sono un grande appassionato di storie malavitose. Specialmente gruppi mafiosi, regolamenti di conti, fazioni rivali, ecc. Dubito che la redazione di J-POP fosse a conoscenza di questo dettaglio, fatto sta che quando il mio editor mi ha proposto di occuparmi di Tokyo Revengers ho fatto un salto di gioia che vi lascio immaginare.

Non solo ero eccitato per via dell’interesse personale sull’argomento, ma anche per un’altra questione decisamente più importante. Finora ho tradotto romanzi e novel, ma Tokyo Revengers è a tutti gli effetti il primo manga di cui mi occupo da solo, dall’inizio alla fine (si spera!). È il mio bambino!

La traduzione

Lavorare alla traduzione di Tokyo Revengers è un compito avvincente per molte ragioni.

tokyo revengers
Preferisco lavorare su carta e segnare i “balloon” direttamente a penna.

Innanzitutto il linguaggio decisamente colorito e sfacciato dei dialoghi. I personaggi usano espressioni in un giapponese molto colloquiale, proprio di basso livello e all’occorrenza anche volgari. Stiamo pur sempre parlando di ragazzini malavitosi. Mi veniva da ridere mentre leggevo il manga e pensavo a come rendere quello scambio di battute. Onestamente avrei voluto tradurre Tokyo Revengers in dialetto romano. Purtroppo, per quanto ne sarebbe venuto fuori un lavoro decisamente credibile (in stile Suburra), non era la scelta sociolinguistica più adatta. Insomma, non è che potevano dare a Takemichi & co. una colorazione culturale regionale così specifica. Quindi è stato necessario stemperare un po’ e trovare un punto di incontro con un registro che si calasse “elegantemente” a metà tra l’italiano standard e il livello meno brilluccicoso di un qualsiasi dialetto. Con il supporto della redazione abbiamo trovato una via di mezzo che spero renderà al pubblico il giusto feeling.

Un’altra cosa che mi diverte da morire è lo scambio di battute infantili e un po’ sconce dei personaggi. Ripeto: adolescenti in preda agli ormoni. Quindi, ecco, tra riviste porno, peli pubici, cacche (Arale docet), non ci si annoia davvero.

Tokyo Revengers… oltre il manga c’è di più!

Tokyo Revengers esce in Giappone per Kodansha e la pubblicazione del manga è ancora in corso. Nel 2017 è stato il manga che ha registrato il più grande volume di vendite tra i nuovi manga del genere time slip. Ha riscosso, e continua a riscuotere una valanga di successo. Anzi, dato l’enorme seguito in patria, è stata già annunciata l’uscita in TV della versione anime a partire dall’aprile 2021 e sempre quest’anno, a luglio, uscirà nei cinema giapponesi addirittura la LIVE Action! E IO NON VEDO L’ORA!

*Se acquisterete uno dei testi menzionati cliccando sui link contenuti in questa pagina, Amazon mi premierà (pacca sulla spalla) con una piccola commissione. Ovviamente questo non comporta alcun costo aggiuntivo per voche acquistate i libri. Grazie in anticipo per il supporto!

DIRITTI DEI FIGLI IN GIAPPONE

DIRITTI DEI FIGLI IN GIAPPONE

Ultimo aggiornamento: 9 marzo 2021 (nuovi sviluppi in fondo alla pagina)

In Giappone la concezione di “diritti dei figli”, in particolare nel contesto della separazione dei genitori, si distanzia parecchio rispetto a come lo intendiamo noi. L’imprescindibile diritto di entrambi i genitori di rimanere al fianco dei propri figli per il bene intrinseco del minore passa in secondo piano. In Giappone non è previsto l’affido condiviso di un minore, e se uno dei genitori lamenta una situazione di disagio (reale o fittizia che sia) è tecnicamente autorizzato a sparire nel nulla portandosi via i figli dal giorno alla notte.

Manifestazione tenutasi in Giappone da genitori (stranieri e non) tagliati fuori dalla vita dei figli.

Oggi vi racconto una realtà meno entusiasmante di questo Paese che riguarda i diritti dell’infanzia. Chi mi segue lo sa, a me non piace diffondere un’idea stereotipata delle cose. Il Giappone, come tutti gli altri Paesi, nasconde anche lati oscuri e poco ammirevoli. Oggi vi parlo di cittadini giapponesi che sottraggono legalmente minori.

Scissione del nucleo famigliare

Stando alla legge giapponese, il divorzio dei genitori corrisponde tradizionalmente alla scissione del nucleo famigliare. La struttura della società giapponese, inoltre, non valorizza il ruolo del padre come figura particolarmente rilevante nella crescita e nell’educazione dei figli. In un Paese in cui l’affido condiviso non gode di buona reputazione nell’intento di preservare la “coerenza e la quiete” della vita dei bambini e proteggerli dallo stress, questo retaggio culturale finisce per ledere i minori stessi e il loro diritto di crescere a stretto contatto di entrambi i genitori. Nell’80% dei casi in cui sopraggiunge una separazione, ciò si traduce per i minori nella totale privazione di uno dei genitore e, salvo rarissime eccezioni, quello sacrificabile è il padre. Figuriamoci se poi è straniero.

«Un’usanza inaccettabile, visto che il Giappone ha firmato degli accordi internazionali che lo obbligano a recepire le norme internazionali in materia di diritti del minore» Tommaso Perina

La storia di Tommaso

Tommaso Perina, un mio ex collega e amico, fa parte di questo 80% di genitori allontanati forzatamente da un giorno all’altro dai propri figli. Marcello e Sofia (attualmente 7 e 5 anni) sono stati portati via improvvisamente dalla madre (giapponese) nel 2016 e condotti nella città di Sendai, città dove si trovano i genitori di lei, a sei ore di macchina da Tokyo. Un giorno che non si dimentica facilmente per un genitore. Dal 2016 Tommaso ha incontrati i propri figli tre volte, per un totale di sei ore complessive. L’ultima volta che Tommaso li ha visti è stato nell’agosto 2017, per un paio d’ore, in una saletta sorvegliata dall’avvocato della moglie (foto in basso). Non ha potuto scattare foto con loro, né portare loro dei regali. Da allora Tommaso non è stato più in grado di vedere i figli e non sa assolutamente niente di loro. Se Tommaso provasse ad avvicinarsi, rischierebbe l’arresto.

Tommaso di spalle in compagnia dei figli nell’aula di tribunale sorvegliata

I minori sono vittime di un sistema che non riesce a scindere in maniera efficace i casi di violenza domestica dai divorzi. Reale o no, alla base di quasi tutti questi casi di separazione c’è un’accusa di violenza domestica che poi in buona parte dei casi risulta del tutto ingiustificata. Tuttavia, prima di fare chiarezza sulla verità trascorrono anni e in questo periodo il genitore allontanato perde ogni contatto con i propri figli rischiando di diventare, nella migliore delle ipotesi, un estraneo per loro.

Sottrazione “legale” di minori

La sottrazione di minore è una gravissima violazione dei diritti umani. Il Giappone, in quanto Paese aderente alla convenzione dei diritti del fanciullo dal 1994 nonché membro del G7 e di una lunga lista di convenzioni e accordi internazionali, è tenuto a osservarne i contenuti. Secondo l’associazione giapponese Kizuna per i diritti dei minori, sarebbero 150 mila i minori che ogni anno vengono sottratti dal padre o dalla madre. Tra questi ci sono anche 15 genitori italiani, e Tommaso è uno di loro.

“Il numero di casi di sottrazione di minori in cui un genitore è cittadino europeo e l’altro giapponese è in crescita ed è allarmante”.

Parlamento Europeo

Da quattro anni a questa parte, Tommaso e tutti gli altri padri stranieri in Giappone allontanati forzatamente dai propri figli, hanno iniziato un movimento di denuncia bussando alla porta di ambasciate, governi, istituzioni competenti. L’azione di Tommaso e degli altri genitori privati dei figli, ha prodotto risultati di sostanziale risonanza. Tra le numerose iniziative intraprese per far valere i diritti dei figli, Tommaso ha contattato il presidente del Consiglio italiano Conte, il quale ha inviato una lettera di sollecito al presidente Shinzo Abe perché rispetti gli impegni presi internazionalmente. La lobby dei genitori stranieri è anche approdata al Parlamento Europeo, esortando l’organo legislativo a intervenire formalmente per fare giustizia.

Frenchman Vincent Fichot and Italian Tommaso Perina, who both became estranged from their children after their Japanese wives took them without consent presenting a petition to the European Parliament to demand action
(Source: Brussels, Belgium February 19, 2020. REUTERS/Yves Herman/File Photo)

Tommaso e gli altri genitori in Giappone a cui sono stati sottrati i figli dalla controparte hanno fondato una NGO per la protezione dei diritti dei figli minori e per alzare le proprie voci nei confronti di questo sistema inumano. Qui il link alla NGO e alla raccolta fondi che hanno avviato per portare avanti la loro battaglia.

JAPAN CHILDREN RIGHTS

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Aggiornamento: 09 marzo 2020.

Lo scorso 3 marzo Internazionale ha pubblicato un reportage molto intenso e crudo per denunciare la realtà della legale sottrazione dei minori in Giappone. La situazione che ho raccontato in questo articolo lo scorso luglio è una realtà che non accenna a migliorare, e ogni anno in Giappone circa 150 mila minori vengono sottratti al rapporto con uno dei due genitori. Invito tutti a guardare questo video shockante per aumentare la consapevolezza che sì, abbiamo una grosso problema qui, e in virtù della sua attuale posizione sulla scena internazionale, il Giappone non può permettersi i lusso di ignorare le convenzioni alle quali ha aderito.

Come vedrete nel video, ben due intervistati su quattro sono italiani e sono entrambi miei amici. Ho visto da vicino quello che significa, e non è una favola. Se mai, un incubo.

https://www.internazionale.it/video/2021/03/03/figli-separati-giappone

Altri articoli e video di approfondimento…

Vi lascio qui alcuni link per approfondire. Basta una brevissima ricerca su un qualsiasi motore di ricerca per trovare decine e decine articoli, giornali e rubriche dedicati alla questione, purtroppo.

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